NR. 06 anno XXV DEL 16 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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Nodo alla gola

Presentato allo Spazio Bixio l’allestimento ispirato al film di Hitchcock dove la “cattiveria” è protagonista, come uno degli aspetti della natura umana

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Nodo alla gola

Venerdì 22, allo Spazio Bixio, è andata in scena la prima nazionale di "Nodo alla gola". Liberamente ispirato al film di Hitchcock, che a sua volta lo traspose da una pièce teatrale ispirata ad un fatto vero, il dramma psicologico è stato arricchito nei testi dal regista Piergiorgio Piccoli che ha proposto dei dialoghi anche più interessanti di quelli presenti nel film. Per motivi scenici è stato tolto il motivetto che Farley Granger suonava nel film, senza però che la tensione e il nervosismo che caratterizzano la pièce ne fossero intaccati. Ne abbiamo discusso con il regista e i protagonisti: Roberto Napoletano che ha interpretato Brandon, Daniele Berardi ha fatto Rupert, il professore dei due ragazzi, Matteo Zandonato nei panni di Philip, il personaggio debole della coppia omicida.

Nella pièce si dice: "L'uomo uccide perché è nella sua natura, è una sua prerogativa". Sembra suggerire una domanda: cos'è la cattiveria?

Piergiorgio Piccoli: «È un aspetto della natura umana. Camminiamo sempre in bilico tra la disponibilità, la bontà, l'altruismo, la condivisione, la compassione e il rifiuto dell'altro, l'affermazione. La cattiveria è una necessità di affermare la propria individualità per motivi di sopravvivenza o di esperienza, la prevaricazione sull'altro che può essere sintomo di fragilità».

Proseguendo, tu fai dire a Brandon: "Uccidere è uno stimolo segreto né buono né cattivo, che ti fa essere padrone della situazione, la rabbia va protetta e organizzata." Queste speculazioni nel film non ci sono, tu le fai molto più dirette e analitiche. Certe allusioni e finezze di Hitchcock rendono forse il film datato?

PG.P.: «Come hanno detto molti, è un esercizio di stile che lo può rendere un po' noioso. Per me si poteva giocare di più sui contenuti e sui perché, anche alla luce di quello che è avvenuto dopo. È datato perché si era agli albori di queste amicizie criminali. Ci sono moltissimi casi dopo, non solo legati all'ambito della scuola ma anche di quello famigliare o delle faide gratuite, in cui non è solo una questione di onore o denaro. La cronaca degli ultimi anni è infarcita di episodi come questo in cui, in un microcosmo, se l'altro diventa un ostacolo, viene eliminato anche se è un amico o un parente».

Tu non hai usato la musica del film che era più leggera e adatta a sottolineare  il senso anche beffardo di questi due personaggi; ne hai preferita una più drammatica che rende la scena più funerea. Hitchcock ironizzava molto: oggi questo tipo di ricercata trasgressione, forse non è più ammessa dal pubblico per trattare un tema del genere?

PG.P.: «C'è l'ironia leggera della cameriera che è contrapposta a quella di Brandon: sono le due facce. Poi c'è quella intellettuale di Rupert. Già il testo offre molti spunti, aggiungere segno su segno si rischiava di far diventare il tutto una farsa: ho preferito puntare sui contenuti».

Daniele Berardi: «Abbiamo cercato di mantenere un certo equilibrio nel duello tra professore e allievo e il fatto che si dovesse dare un contenuto e un impianto scenico abbastanza d'impatto».

Roberto Napoletano: «C'è anche la mania ossessiva delle teorie che il maestro impartisce all'allievo e la mania dell'allievo di superare il maestro cercando di realizzare tutto quello che lui ha concepito filosoficamente. Anche il filosofo però si contrappone: se gli si mette davanti tutto quello che ha teorizzato, prima si spaventa poi si eccita per la novità. Nel finale lui lo spiega: in qualche modo forse voleva essere partecipe».

PG.P.: «Moralmente il professore sente che uccidere uno di questi due, forse non è così un gran peccato: è la questione ricorrente  del fino a che punto ci si può fare giustizia da sé».

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