NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Quel “Nodo alla gola” di Piergiorgio Piccoli

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Nodo alla gola

Brandon ha il culto del superuomo ( il film è del '48). Grazie a degli espedienti narrativi e scenici tu hai reso il tutto più attuale. L'atteggiamento del ragazzo come si colloca nel contesto odierno?

PG.P.: «La storia greca è infarcita di queste vicende che dal tema sociale si possono ricondurre a quello familiare, alla guerra. Oggi questi temi sono più incombenti perché la società è molto più complessa. Loro erano freschi di studi nietzscheiani  e il tutto è assolutamente collegato a ciò che la società ha portato negli ultimi anni a livello di noia, di mancanza assoluta di certi valori e del rispetto della vita, a questo bisogno di affermazione per cui la morale non è più presente: non è più così difficile e nemmeno così più scandaloso attentare all'altro. Non dimentichiamoci poi delle malattie mentali, che sono un dato di fatto: ci sono persone che vivono una situazione mentale borderline».

Hai tolto il personaggio della cognata di Kentley e hai convogliato tutta l'ironia leggera nel personaggio della cameriera. Nel resto della pièce tutto invece è molto noir. La cameriera è contrapposta a Brandon, dicevamo.

PG.P.: «Sì è una regola teatrale: serve un personaggio che allenti la tensione. Il ruolo della signora era superfluo, probabilmente nel film serviva a dare spazio a una caratterista anziana. Ecco, quello è un personaggio che trovo davvero datato. Molte delle sue battute sono state affidate alla cameriera, che mi sembrava un elemento più fresco e un po' avulso dal resto.  È poi il contrario della madre: li accudisce ed è schiavizzata perché è intellettualmente non all'altezza e quindi non è plagiabile».

R.N.: «Brandon plagia Philip perché sono della stessa opinione, hanno partecipato alle lezioni dello stesso professore. Se invece prendiamo una persona che è assolutamente estranea e che non ha mai approfondito questo argomento... la vera soddisfazione è quella di parlare con persone che sanno discutere di queste cose ed è ancora più eccitante se non sono d'accordo, perché c'è uno scontro».

Matteo, tu hai subìto un po' il fascino di questo personaggio che prende le decisioni per il tuo?

Matteo Zandonato: «Il mio è un personaggio che soccombe a tutti: lui mi tratta come un burattino e sono io che creo i casini. Lo metto in difficoltà perché non essendo preparato come lui a queste cose, cado irrimediabilmente nel panico e lui teme che tutto il suo piano ben congeniato venga distrutto».

PG, hai arricchito i dialoghi con queste discussioni su cosa sia l'assassinio, il senso di colpa, l'ipocrisia, l'individualismo, la civiltà, fino ad arrivare a far dire al sig. Kentley che la gente è più cattiva del diavolo, parla di ciò che è istintivo e ciò che appreso, della cattiveria, il modello acquisito e il riflesso condizionato. Nel film lui fa un riferimento abbastanza esplicito all'Olocausto, che tu però hai tolto. Volevi allargare il discorso?

PG.P.: «Si, ho preferito generalizzare. C'è un punto in cui viene detto che al mondo sono state fatte milioni di stragi e non ho voluto concentrarmi solo su quello: sicuramente non è da dimenticare, ma purtroppo non c'è solo quello».

L'assassino è una persona dell'élite. Chiede notizie della vittima. Quando poi tutti escono di scena, tu entri dentro l'alienazione di Brandon con le luci, la musica e la recitazione. Come ti sei immaginato la sua psiche?

PG.P.: «Deviata e contorta al punto di considerare tutto una sfida. Lui lo dice alla fine: "La vita è una corsa e il dominatore è colui che corre, gli altri pagano il biglietto e assistono dagli spalti". Lui fa una recita teatrale in cui si sente dominante, conosce la trama ma il suo "pubblico" no. Il suo gusto è lo stesso dell'assassino che non solo torna sulla scena del delitto ma offre la sua disponibilità alla polizia per indagare sul crimine. Sapere e giocare con gli altri che non sanno, dà un senso di potenza enorme».

Alla fine Rupert si adegua al modello che critica e dal quale si è dissociato fino a un attimo prima? Questa prepotenza, il volersi sentire più furbi e più forti, sono un modello vincente?

PG.G.: «No assolutamente: è proprio un altro capitolo che si apre. Brandon fa un discorso di rivoluzione: "Se non ci fosse questa rabbia non ci sarebbero nemmeno le rivoluzioni". Io credo che Rupert provi una grande rabbia data dall'indignazione. Rupert alla fine dice una frase fondamentale: sa di aver fatto una cosa sbagliata ma se la vedrà con la sua coscienza».

D.B.: «Il nostro finale è simbolico, non è la rivalsa di quello che alla fine si comporta come loro. È un modo per dire che chi produce il male, perde».

 

nr. 16 anno XV del 1 maggio 2010

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