NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Un duello a colpi di vanità

Glauco Mauri ci parla della commedia “L’inganno” ultimo titolo della rassegna di prosa del teatro Comunale di Vicenza

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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glauco

Il 4 e 5 Maggio scorsi è andato in scena al Teatro Comunale di Vicenza la commedia "L'inganno" con Glauco Mauri e Roberto Sturno. Lo spettacolo, che ha chiuso la stagione di prosa del TCVI, racconta di uno scrittore famoso che si confronta con l'amante della propria moglie, un giovane uomo non molto colto ma molto intelligente. Di questo testo, scritto nel '70, esistono due trasposizioni cinematografiche, una nel '72 con Laurence Olivier e Michael Caine e una del 2007, ad opera di Kenneth Branagh, con Caine (nella parte che fu di Olivier) e Jude Law. Ne abbiamo parlato con Glauco Mauri.

La commedia è un testo in cui viene dato molto risalto all'aspetto psicologico del duello tra i due protagonisti. Non si contendono la donna in realtà ma sono spinti dalla vanità che permette loro di dimostrare la propria astuzia.

Glauco Mauri: «Sono due uomini di cui uno è sicuramente una persona preparata, anche se scrive romanzi banali, l'altro invece non è un uomo di cultura. Lo scontro non parte dal giovane ma dal vecchio che lo provoca e lo invita per vendicarsi con un gioco crudele che si trasforma in una farsa feroce in cui non c'è nemmeno più la vanità ma uno che umilia l'altro. Non gli interessa la donna ma fare qualcosa di gratificante perché lui è un uomo solo e questo lo porta a ad amare il gioco crudele. L'altro poi gli dice che questo gioco lo ha fatto diventare un altro uomo. Non sa se gli piace o meno ciò che è diventato, perché lui stesso si ritrova a fare delle cose che non avrebbe mai immaginato di fare se non fosse stato provocato».

I due protagonisti hanno due menti brillanti, eppure la loro è una lotta all'ultimo sangue. Nel teatro e nel cinema non si riesce proprio a creare dei personaggi positivi che siano altrettanto sfaccettati e affascinanti?

«È molto più interessante fare un cattivo che attraverso una parabola diventa buono che non un buono che diventa cattivo. Generalmente i cattivi sono molto più ricchi di sfumature, hanno delle punte e dei graffi, delle vette di invenzioni. La cattiveria spesso è dettata dalla solitudine, dalla delusione; a volte con l'età si diventa cattivi. Guardando un uomo mi posso immaginare come fosse da bambino e se vedo un bambino non poso fare lo stesso, perché ha tutta la vita da vivere: nel vecchio riesco a riconoscere com'era».

Nella pièce la posta in palio sarebbe la moglie, però sembra che questi due non siano innamorati di lei e il tutto risulta una specie di lotta territoriale inutile. Tutto questo non è sminuente nei confronti della figura femminile che qui non viene assolutamente mostrata, se non attraverso gli oggetti che le appartengono?

«Non che ci sia una mancanza di rispetto della donna, è che è proprio un pretesto scatenante. Lei è presente ma non si vede mai. Anche nel film di Branagh alla fine si vede quest'auto che arriva e si immagina che sia lei».

La commedia è degli anni '70 però risulta atemporale. Gli inglesi hanno una tradizione secolare di drammaturgia e teatro. Ci sono degli elementi che caratterizzano questi testi e che li rendono riconoscibili come tipicamente britannici?

«Lo humour e le battute di spirito. Io non amo molto il teatro contemporaneo inglese, non mi emoziona molto, però in questa commedia c'è una spinta e delle radici, dei valori che abbiamo cercato di far venire fuori e tutta la parte finale di Milo è drammaticamente umana. Poi noi venivamo dal "Faust" di Goethe e da "Il Vangelo secondo Pilato"ed è stato un modo diverso per snellirci, come uno che canta Rossini e Verdi».

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