NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
google
  • Newsletter Iscriviti!
 
 

Il “Futuro del Mondo” nelle mani di Bassanese

Intervista all’artista vicentino che all’Astra ha presentato il suo nuovo album. Un esperimento di nuovo popolare

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

facebookStampa la pagina invia la pagina

photo Oriano Tadiello

Pubblico galvanizzato venerdì 21 al Teatro Astra per il concerto di Luca Bassanese. L'artista vicentino ha presentato il suo nuovo album "Il futuro del mondo"e ha cantato altre canzoni dei suoi precedenti lavori, dei canti tradizionali come "Malarazza" e "Amara terra mia" e due cover di De Andrè. Il suo è uno spettacolo carico di riferimenti etnici all'est e al mediterraneo. Accompagnato da "La piccola orchestra popolare" diretta da Stefano Florio, Bassanese ha ospitato sul palco l'artista berbero Bachir Charaf e ha raccontato che, quando si sono conosciuti, Charaf gli ha insegnato un proverbio arabo: "Chi non viaggia vivrà con poca gioia e soprattutto non potrà mai conoscere il valore degli uomini".

All'inizio del concerto presenti l'orchestra e sei travestito da capocomico. Un approccio scenico che ricorda un po' altri artisti italiani come Capossela che però spesso porta sul palco le tradizioni della sua terra. Quanta tradizione veneta c'è nei tuoi spettacoli?

Luca Bassanese: «Le radici popolari possono arrivare anche molto lontano e anche direttamente dentro la gente, perché sono qualcosa che ormai è insito nel DNA delle persone. Io cerco di fare un "nuovo popolare", cercando non tanto di prendere dalla tradizione pura e trattando temi attuali per raccontare il mondo che mi circonda».

C'è anche una fortissima influenza balcanica, spagnola ma anche nordafricana. Come mai, quando si fa musica folk, si tende a trattare dei temi di interesse collettivo e i pochi testi autobiografici assumono una connotazione comunque sociale?

«La tradizione popolare è sempre ricca di temi di tradizione come il canto del lavoro o il canto politico, pensiamo ai canti degli operai o delle mondine. Le storie sono comunque autobiografiche perché raccontano quello che vivi. La canzone "La vigilia del 1914" parla di un momento per l'essere umano incredibile. Storicamente non si racconta più, quasi come se non avesse importanza, però ha una valenza filosofica e sociale: in un mondo di atroce conflitto, nasce dal nulla questo fraternizzare con il nemico. All'epoca, nelle leggi militari, non c'era il divieto di fraternizzare con il nemico, fu una postilla che venne introdotta dopo , durante la Prima Guerra Mondiale: chi fraternizzava veniva punito con la pena di morte e scavarono anche delle fosse comuni».

Tu fai anche teatro canzone. Come mai la musica balcanica si presta più di altre a raccontare scene spesso comiche o ironiche? Siamo tutti un po' "schiavi" dell'immaginario alla Kusturica?

«Io amo molto il tragicomico perché tramite esso ciò che è speciale, come le grandi gesta di altruismo, può sembrare normale. In più permette a colui che in quel momento sta cantando o altro, di ergersi a persona che racconta un tema sociale. Ad un certo punto cerchi di dissacrare te stesso proprio perché il tema trattato deve essere più importante di ciò che tu fai: tu sei solo uno strumento per arrivare e raccontare qualcosa. Il mio percorso è sempre stato quello di dissacrare il più possibile la mia figura in modo da portare avanti quella che è l'opera in sé».

Tu ti sei esibito con Dario Fò nella canzone di Jannacci "Ho visto un re". Di cosa si può servire un giovane artista come sei tu, per reggere il palco con un Premio Nobel come lui?

«La semplicità. Lui, essendo un grande, non ha assolutamente il problema di esibirsi con chiunque, dal più piccolo al più grande. Quella sera gli chiesi se aveva voglia di fare insieme "Ho visto un re". Lui mi disse: "Perché no? Mi dici come fanno le prime parole della canzone?" e io gliele dissi, poi lui rispose: "Andiamo!". Andammo sul palco e cominciammo a cantare davanti alla piazza piena di gente».

Molti registi di prosa dicono che per loro la musica è fondamentale in scena. Quanto, invece, è importante il teatro nella musica?

«Io credo molto nello sposalizio tra le arti. Cercare, in base alle proprie capacità e i propri limiti, di portare in scena uno spettacolo che utilizza dalla mimica al teatro, teatro tragico, operetta, opera, cabaret, non tanto per fare uscire un'accozzaglia di cose, quanto un mondo per le persone che mi guardano e che è comunque un mondo che mi appartiene. È da quando sono piccolo che musica e teatro girano nella mia casa e fu proprio Stefano Florio a suggerirmi di sfruttare la mia attorialità».

 

(foto in alto Oriano Tadiello)

continua »

Come installare l'app
nel tuo smartphone
o tablet

Guarda il video per
Android    Apple® IOS®
- P.I. 01261960247
Engineered SITEngine by Telemar