NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
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I tre allegri ragazzi morti, quelli del rock “critico”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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I tre allegri ragazzi morti, quelli del rock “crit

Voi siete sulla scena da circa 15 anni, nel 2000 avete fondato la vostra etichetta indipendente, "La Tempesta". Producete gruppi e musicisti di rilievo come Giorgio Canali, Moltheni, Le luci della centrale elettrica e Il teatro degli orrori. Come ci siete riusciti e come andate avanti facendo tutto da soli?

«Noi non siamo propriamente un'etichetta ma un collettivo di artisti. Siamo partiti con un'idea di autoproduzione che poi abbiamo condiviso con altri artisti e in realtà il nostro lavoro non è tanto quello della produzione, quanto quello della comunicazione. Noi siamo specializzati in questo».

Enrico Molteni: «I gruppi coi quali stiamo condividendo questo viaggio sono abbastanza autonomi e sanno come si fanno le cose, non è che se un gruppo viene con noi, improvvisamente tutto gira bene. La maggior parte del lavoro è loro, dalla scrittura a tutto il resto. La nostra è un po' una squadra che si unisce dietro a un'idea».

Sul vostro sito, in home page, c'è il video della canzone "La faccia della luna" in cui raccontate la storia di un uomo che si è visto sequestrare un figlio, di un campo che non ha più, di un mondo inaridito. Cosa ha ispirato questa canzone e come mai nel video avete messo due ballerini di tango? C'è qualche riferimento agli usurpati dei regimi totalitari sudamericani?

D.T.: «L'idea del tango è venuta leggendo una biografia di Sting dove diceva che "Roxanne" è un tango. È vero che nella ritmica reggae il ballo del tango si sposa in maniera particolarmente forte. La disperazione che abbiamo raccontato non è così esotica e nemmeno così lontana. Il dramma ecologico che stiamo vivendo lo viviamo tutti. Relazionarsi con la parte legale dell'esistenza, cioè quella regolata dalle leggi fatte dagli uomini, è sempre molto difficile. Questa canzone racconta con diversi ‘bozzetti' questo tipo di difficoltà, che è comunque molto vicina».

Voi siete figli di un movimento artistico che ebbe luogo nella vostra zona alla fine degli anni ‘70 legato alla base di Aviano e che si chiamava Great Complotto. Trovate affinità con i vari gruppi del sud che denunciano da tempo situazioni cariche di disagio politico e sociale? È in atto la reunion dei 99Posse e poi uno pensa alla musica dub e il primo nome che viene in mente sono gli Almamegretta...

«La nostra visione politica è sempre stata raccontata da dentro, più a un livello non tecnicamente politico ma che è legato alla dimensione dell'uomo. Per questo siamo un po' distanti dai gruppi che hai nominato anche se alcune cose le condividiamo. Per quanto riguarda il Great Complotto era un gruppo di ragazzi molto giovani, che alla fine degli anni ‘70 hanno provato una dimensione sociale legata alla musica, differente o comunque molto eccentrica rispetto a quello che c'era intorno. Questo imprinting che c'era nella nostra zona e nella nostra città è stato molto forte. Io ho partecipato a Great Complotto. Enrico e Luca no, sono più giovani».

Quindi non era legato a una forma di protesta contro la base di Aviano come da noi può essere il movimento No Dal Molin?

«No, no, non era legato a nessuna dimensione politica così forte. Il legame con la base di Aviano riguardava una grande contaminazione della musica rock, dal momento che c'era una popolazione americana che abitava il territorio. Però ti parlo di 30 anni fa: ora la situazione è molto diversa, gli americani vivono chiusi dentro».

Il disco appena uscito si chiama "Primitivi del futuro". Nella nostra rubrica ci occupiamo molto di prosa e danza e molti registi, attori e coreografi spesso rimarcano la necessità di sensibilizzare i giovani nei confronti delle arti per formare un pubblico prossimo venturo in grado di riconoscere l'importanza della cultura e di distinguere la qualità. Il pubblico del futuro è oggi primitivo e poco in grado di discernere?

«Per noi "primitivo" è un aggettivo positivo. La nostra idea è legata all'ipotesi di recuperare una primitività, immaginarsi un'idea di futuro che non sta nelle direttive che viviamo oggi, la possibilità di recuperare qualcosa che è dentro l'uomo in maniera ancestrale, una ricerca profonda all'interno dell'essere umano. Io penso che la musica e l'arte diano la possibilità di costruire una socialità diversa più che un pubblico speciale: non mi interessa molto l'idea di un pubblico colto, mi interessa molto di più un'arte che dia una dimensione di socializzazione».

 

FOTO DI PAOLA STELLA

 

nr. 24 anno XV del 26 giugno 2010

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