NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Nina Zilli: l’irlandese d’Italia

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Nina Zilli: l’irlandese d’Italia

In America li chiamano il "Pink Power"

«Esatto. Il fatto di dover chiamare una cosa con il nome "comunità" vuol dire che in un certo senso si sente l'esigenza di dire: "Noi esistiamo però siamo contemporaneamente ghettizzati dalla società"».

Però adesso la cultura gay sta sempre più diventando una cultura adatta a tutti.

«Certo, però negli altri paesi è tutto vissuto più normalmente. Checché se ne dica, qui, la forza della Chiesa è molto imponente».

La tua immagine viene spesso associata all'estetica burlesque. È un'osservazione corretta oppure, a te, quel tipo di estetica decadente interessa relativamente e magari fai più riferimento alle dive hollywoodiane dei tempi d'oro degli studios?

«Esatto, sicuramente io non faccio riferimento alle ballerine di burlesque,tantomeno a Dita Von Teese che ne è la regina. I miei riferimenti li trovo nella musica. A me dispiace che oggi il burlesque venga visto solo come una forma di esibizionismo, è uno spogliarello, invece all'epoca aveva una valenza molto diversa perché le donne che lo facevano, ai tempi, erano coraggiosissime: in quegli anni se ti spogliavi eri davvero una ‘zoccola' ma in realtà era un'interpretazione teatrale del riuscire ad andare oltre, una liberazione molto ironica, intelligente e teatrale del corpo della donna».

Beh, derivava dal vaudeville ed era fatto in un contesto di satira.

«Esattamente. Il burlesque di oggi, secondo me non ha molto senso, una volta che andare in topless in spiaggia è normale. Alcune sono davvero brave perché ricreano quell'atmosfera, fanno satira, i balletti, sono divertenti, fanno uno spettacolo teatrale e non un semplice spogliarello. In Italia, secondo me, ci sono delle ragazze che non hanno ancora le idee molto chiare e le performers di burlesque più tradizionali arrivano dall'estero, dalla Francia, eccetera».

Nei tuoi testi parli spesso di uomini che fanno soffrire ma che risultano irresistibili. Il genere R&B può risultare particolarmente adatto per descrivere passioni brucianti oppure ci sono altri generi altrettanto adeguati?

«Mah secondo me quando uno canta una canzone può scrivere quello che vuole e metterci lo stile che vuole dal reggae al metal. Nel R&B Aretha Franklin chiedeva rispetto: è una musica che si presta molto perché ha una ritmica molto serrata nel cantato per cui di solito urlano e sono sempre molto incazzate. Tendenzialmente anche io, perché non riesco mai a scrivere quando sono felice».

Perché?

«Eh non lo so, quando sono felice sto zitta e gongolo e invece quando c'ho "la carogna" scrivo!».

Tu hai studiato da soprano. Il canto moderno ha un'impostazione molto diversa. Quanto ti è servito questo tipo di studi?

«Ero molto piccola e ho studiato anche pianoforte al conservatorio, che è la cosa che più mi è servita per scrivere. Ho smesso pianoforte a 14 anni e ho cominciato con il canto lirico ma sono andata avanti poco perché mi sono rotta le palle quasi subito: mi volevano vestire da suora e farmi cantare "Sebben crudele", mi è sembrato troppo, non era per me!».

Potendo fare una cover nel tuo stile di un'aria da un'opera lirica, quale faresti?

«Non saprei! Però a me piace molto prendere le cose e trasformarle. Con "Chiara e gli scuri" abbiamo iniziato facendo beat, northern soul cantato in italiano, poi siamo arrivati a fare rocksteady. Facevamo un pezzo degli AC DC in levare o "Like a virgin" di Madonna, Facevamo "Enter sandman" dei Metallica e la parte della chitarra la facevamo coi fiati. Non so, prenderei la Tosca a questo punto!».

Visto che parli molto bene inglese, il tuo management ti ha proposto delle attività all'estero?

«Si, inizieremo dalla Francia, anche se è molto difficile».

Ci sono degli artisti con cui hai collaborato che ancora adesso ti dici: " Ah però! Ho lavorato con..."?

«Sicuramente un grazie perpetuo a Giuliano Palma che per me è un fratello, ci conosciamo da tantissimo: gli ho fatto sentire subito le mie canzoni e se uno come lui dice che non vanno bene le puoi prendere e buttare via; invece quando ha sentito "50 mila" ha detto subito che era la canzone che potevamo cantare insieme. Poi anche Africa Unite e Franziska, per tutto quello che fanno per la musica in Italia, non solo mainstream».

 

FOTO DI PAOLA STELLA

 

nr. 24 anno XV del 26 giugno 2010

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