NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Davide Riondino dal ’68 ai giorni nostri

Incontro con l’attore musicista parlando delle certezze di trovare lavoro degli anni 70 fino agli improvvisatori cubani che si esercitano su Giulietta e Romeo

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Davide Riondino dal ’68 ai giorni nostri

Giovedì 24 giugno a Festambiente, al parco del Retrone, l'attore e musicista David Riondino ha presentato il suo recital "Fermata provvisoria". Riondino ripercorre il suo vissuto artistico attraverso racconti surreali e ironici, canzoni e generi musicali parodiati. Racconta di come l'Italia fosse in crisi e attraversa le varie decadi scandendole con generi musicali diversi, utilizzando per ognuno degli espedienti scenici e comici, dei riferimenti letterari utili a sottolineare la peculiarità delle varie correnti musicali che hanno reso tipici determinati periodi storici.

La storia da lei raccontata nel suo spettacolo comincia con la sua esperienza lavorativa in biblioteca, subito dopo il liceo, dicendo che all'epoca il lavoro c'era. Negli anni '70 l'Italia era profondamente in crisi. In cosa differiscono l'atteggiamento e l'animo della gente di allora da quella di adesso?

David Riondino: «C'era un PIL in crescita che ora non c'è più. Quando il PIL cresce il mercato si espande e le varie tensioni tendono a sistemarsi in un alveo economico nuovo e diverso. Quando uno cerca lavoro è perché pensa di trovarlo: negli anni '70 io non ho mai dubitato che se non facevo l'artista avrei comunque fatto l'impiegato o l'operaio. Adesso invece vivrei molti dubbi. Questo dava a chi si muoveva o usciva di casa, la sensazione di costruirsi un destino e avere una prospettiva di vita. C'è ancora oggi ma è molto più difficile. Il '68 ha segnato una frattura più con le famiglie che con la politica: i nostri genitori erano persone nate negli anni '20 che avevano 20 anni quando è cominciata la guerra, 25 quando è finita e 40-50 nel'68. Un'età di piena realizzazione all'epoca: dopo le batoste della guerra erano una generazione stabilizzata alla quale era stato detto che loro erano la nuova Italia. Noi invece eravamo quelli che cominciavano a chiedere di spiegare la Trinità, perché si doveva andare in chiesa, perché non si poteva uscire la sera, che problemi ci fossero con le ragazze, tutte domande su questioni che loro davano per scontate. Questo era un elemento che dava benzina al voler uscire e trovarsi nelle piazze, ai viaggi in Messico, Algeria, in autostop in America. Questo faceva sì che la gente parlasse e condividesse».

Beh, questa è l'era della condivisione per eccellenza.

«Anche allora: si rompevano i clan e si andava a vivere a Praga, Amsterdam, Parigi, Londra,nella New York di quegli anni lì, San Francisco. Punti come il Marocco o anche le comunità gay o di artisti erano luoghi d'incontro. Kabul era una città dove si andava tutti. Sembrava un Facebook reale senza la tecnologia».

Il suo è un teatro di narrazione e musica e utilizza molti linguaggi artistici. Tanti attori e registi del teatro di narrazione apprezzano molto il teatro d'avanguardia, amore non sempre ricambiato dagli esponenti di queste correnti. Come mai?

«Io collaboro con Federico Tiezzi che aveva un gruppo che si chiamava "Magazzini Criminali", poi solo "Magazzini" e ora Compagnia Lombardi-Tiezzi, che ha fatto un ‘Romeo e Giulietta' dove ha ricostruito una strada asfaltata dentro il teatro, gli zingari erano i clan di Romeo e Giulietta e lei arrivava pattinando. Siamo nell'ambito del teatro di ricerca: ai tempi di Magazzini erano a Berlino con Fassbinder e facevano performances dove incendiavano le motociclette nelle gallerie d'arte. Io non ho mai notato difficoltà di relazione tra artisti, semai tra mestieranti del teatro di parola e d'avanguardia. Generalmente gli artisti non come non ne hanno i musicisti jazz che frequento ultimamente con Bollani. Difficilissimo trovare un jazzista snob: sono tutti molto aperti e curiosi, sia negli stili musicali che nella letteratura».

Lei nel suo spettacolo dice che negli anni '70 i maestri di vita erano i cantautori. Oggi chi possono essere i punti di riferimento riconosciuti non solo dai giovani? Per esempio Obama è molto discusso, prima osannato e poi criticato.

«Negli anni '70 era difficile che un presidente potesse essere individuato come un riferimento per vasti strati giovanili perché la politica era una cosa per anziani, salvo Che Guevara, che non era nemmeno un presidente. Obama è interessante per questo: un adulto diventa un punto di riferimento anche per persone che non condividono la sua fascia d'età. Poi sono flussi; se lo tengono 4 anni e forse per altri 4, se continua la crisi: se l'America funzionava, mica mettevano un nero, mettevano un bianco. È l'America che si rigenera trovando una soluzione inedita e fortemente nuova, avventurosa ma con un margine di garanzia, utopica alla loro maniera. Gli Obama sono belli, interessanti, danno l'idea che esista una vitalità: i loro nonni erano schiavi. È un paese che si mette in discussione perché sceglie la strada dell'utopia anche se poi la sua politica cambia di poco, la Clinton c'era anche prima, ma l'idea che lui dà è quella di un cambiamento».

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