NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Monologhi tra immagini, sogni e realtà

Intervista a Claudio Manuzzato protagonista a Dueville di tre monologhi che rappresentano un viaggio poetico all’interno dell’animo umano

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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CLAUDIO MANUZZATO

Giovedì 1 luglio, a Dueville, per la rassegna "Busnelli Giardino Magico", promossa dalla cooperativa di organizzazione e produzione di spettacoli Dedalo Furioso, il regista e attore Claudio Manuzzato ha portato in scena tre suoi monologhi: "L'ansia della libertà", "La forma spezzata", "La polvere grigia". Accompagnato da musiche in forma perlopiù strumentale, il regista ha proposto uno spettacolo scarno e minimale, privo di scenografia. Utilizzando pochi oggetti scenici, come delle maschere, una bambola di pezza e una sedia, Manuzzato propone un viaggio molto poetico all'interno dell'animo umano, evidenziando la miseria che ci circonda quasi senza soluzione di continuità. Sono dialoghi tra sé e sé, riflessioni, resoconti di immagini raccontati in prima persona, dove il degrado è sì quello dell'ambiente o delle situazioni disagiate di cui si sente sempre parlare ma che sono anche testimonianza di come si possa avere la forza, anche nelle situazioni di maggiore difficoltà, di continuare a cercare una soluzione, uno spiraglio di luce e di speranza. È una lotta volta a risalire che è anche , o forse soprattutto, ciò che può salvare l'animo umano, messa in scena grazie al suono delle parole, al contenuto delle stesse e alla musica. La spensieratezza, la leggerezza, la serenità, nei tre monologhi, sembrano dei sogni inafferrabili perché passati, eppure a portata di mano perché ancora capaci di essere ricordati. Forse è proprio questo che i tre monologhi possono portare allo spettatore: che per quanto molte volte non ci sia una via d'uscita, il ricordo della dignità può essere sufficiente a mantenere in vita la capacità umana di poter andare avanti, rigenerarsi e riscattarsi. Scritti negli anni '70 e '80, questi tre monologhi hanno ottenuto vari riconoscimenti letterari a livello nazionale. Ne abbiamo parlato con l'artista.

Nei monologhi che lei propone, si parte da una presa di coscienza del dolore e del terrore , del cambiamento, della miseria e della libertà. Queste riflessioni, in forma anche molto poetica, sembrano riferite anche a una forma astratta di guerra, ha poca importanza se sia interiore o reale. Da che tipo di esperienza scaturiscono i versi della prima parte del monologo?

Claudio Manuzzato: «Quei testi sono nati per immagini, sogni o situazioni che si verificavano. Non c'è un percorso logico studiato a tavolino: nasceva la prima scena, poi la seconda, poi il percorso. Una volta, da giovani, eravamo con due amiche in un prato e una si distese sul fieno mimando il pianto e l'altra si mise a fare il clown, che è la seconda scena che ho ideato. Sono spunti che sono nati così. L'ultimo è proprio un sogno».

Il personaggio a cui lei dà corpo, parla di esperienze interiori e personali, si misura con se stesso e analizza i cambiamenti interiori anche tramite esperienze legate all'ambiente che lo circonda. Quanto il racconto di un percorso interiore personalissimo può essere parte integrante di una realtà collettiva che può caratterizzare un determinato periodo storico? Penso ai racconti dei deportati di Auschwitz o a quelli degli emigranti.

«Tutti facciamo parte di un universo fatto di guerre e di situazioni. Soffriamo, viviamo e subiamo le conseguenze di queste cose. Non so quanto il mio testo possa essere così direttamente ricollocabile a queste cose ma sicuramente una parte di sofferenza "mondiale" ci sarà».

Nella sua rappresentazione scenica lei passa dal racconto alla figura allegorica, invocando continuamente la libertà. Le allegorie possono essere un modo per alleggerirsi e liberarsi di un peso interiore che magari non si riesce ad affrontare liberamente, magari un'espressione dell'inconscio?

«Può essere, sì sì».

La profonda analisi personale della propria interiorità non porta ad un isolamento nei confronti delle persone e delle realtà che ci circondano, impedendo un' interazione e un approfondimento nei nostri confronti? Una persona, essendo molto concentrato su se stessa, osserva gli altri ma interagisce poco, per esempio. Lei parla di una sofferenza interiore forte, data anche degli eventi che circondano questo personaggio immaginario.

«Non so se questo sia preclusione ad altri. Io metto in piazza la situazione, non è che non permetto agli altri di fruire di questo. Io non l'ho fatto con un concetto di chiusura, non so nemmeno se definirla analisi della società, dell'ambiente e del vivere. Anche ne "La forma spezzata" c'è la scena dei rifiuti in cui io vado alla ricerca di sensazioni positive».

Come ha scelto le musiche di accompagnamento?

«Le abbiamo semplicemente sperimentate e quelle che più funzionavano e che erano più efficaci, le abbiamo scelte».

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