NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
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Dufresne: il metal hardcore made in Vicenza

Applaudita esibizione della band nell’ambito di Ferrock, il leader dal palco: “Non è vero che a Vicenza ci si annoia”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Dufresne

Il Ferrock si è aperto con il concerto della band vicentina Dufresne. Esponenti di un genere abbastanza specifico di musica metal definito hardcore, il gruppo ha offerto uno spettacolo molto energico e altamente simbiotico con il pubblico. Pur essendo una band emergente, i Dufresne sono riusciti a fidelizzare un seguito di appassionati che passa dall'Italia attraverso molti altri paesi europei, in primis Francia e Germania. Abbiamo incontrato il frontman della band, Nicola Cerantola, che oltre a confermarci che Vicenza è una città viva e ricca di iniziative ma con ancora qualche problema legato alla mancanza di strutture adatte a favorire la creatività, ci ha raccontato del loro recente tour in Russia.

Voi siete un gruppo adatto alla scena internazionale e suonate molto anche all'estero. L'offerta è superiore che in Italia, se poteste vi trasferireste all'estero?

Nicola Cerantola: «È indubbio che all'estero ci sia molta più possibilità di suonare e che abbiano una maggiore propensione ai live. Noi ci teniamo a cercare di costruire qualcosa qui, perché questo è il nostro Paese».

Avete mai pensato ad altre lingue oltre all'italiano e l'inglese?

«A me piace moltissimo il francese. Siamo stati in Francia e c'è una bellissima scena alternativa e io adoro i gruppi che cantano in francese, però purtroppo non l'ho mai studiato. Credo che quando scrivi una canzone il fine sia sempre quello di comunicare. Ci è capitato in Germania, dove abbiamo suonato parecchie volte, di vedere ragazzi che non sanno l'italiano che comunque cercavano di cantare anche se non capivano, perché c'era uno scambio di energia. Vedere che qualcuno si sforza di cantare qualcosa che non è nella sua lingua, ti appaga tantissimo perché in quel momento ha capito il messaggio».

Periodicamente viene fuori questa cosa che i tedeschi hanno un'antipatia nei confronti degli italiani.

«Non è vero, io sono stato tante volte in Germania, un paio anche privatamente, e mi sono sempre trovato molto bene. Io credo che loro siano un popolo che ha voglia di riscattarsi dalla storia che ha avuto e soprattutto i giovani sono molto più aperti ed europei di noi. La cosa per cui veniamo presi in giro è la nostra politica!».

Sul palco hai sollevato un vecchio problema e hai detto: " Si fa finta di annoiarsi, a Vicenza. Ci sono un sacco di realtà che vanno supportate." Si dice sempre che a Vicenza non succede mai niente...

«Se noi andassimo a vedere, solo nella provincia di Vicenza, non solo a livello di band ma anche di organizzazione, di agenzie, si stanno creando delle realtà e ce ne sono tante: il Veneto, e soprattutto Vicenza, è un polo molto forte e le persone hanno fame di sapere, vedere e fare. Molti ragazzi vivono in paesini dove non succede nulla e il mio consiglio è quello di non aspettare che qualcuno crei le cose per loro. In Inghilterra questa cosa l'hanno capita: i promoter e chi organizza i concerti sono ragazzi che a malapena hanno 18 anni».

Come trovano i soldi?

«Forse hanno delle sovvenzioni ma anche in Germania hanno dei centri giovanili molto attrezzati per fare musica e teatro e i gruppi hanno dei punti di ritrovo, cosa che qui a Vicenza non c'è. Il teatro dicono che è uno dei più belli d'Italia ma io ricordo il centro sociale che c'era prima, ricordo cosa provavo ad andare lì: un po' mi faceva paura perché era anche un po' pericoloso per certi aspetti, però ti dava quell'emozione di paura e curiosità che ti portava ad avere rispetto per quelli più grandi di te e questa cosa si è persa molto. Io vedo molti ragazzi che non sanno cosa fare, in centro a bersi lo spritz e fare casino fino a tardi per poi spostarsi in un altro bar. Il teatro è bellissimo ma io non riesco a immaginare noi al teatro, perché se chiedessi di utilizzarlo non sono sicuro che mi verrebbe dato, forse anche perché c'è un po' di sfiducia nei confronti della gioventù vicentina. Io vedo tanta buona volontà: anche qui al Ferrock c'è un ricambio generazionale. I ragazzi con le maglie rosse (staff ndr) non credo abbiano più di 20 anni. Il fatto che ci siano loro, affiancati a persone che organizzano da anni una cosa come questa, è importante perché spieghi quanto impegno ci vuole. E questo non solo nel lavoro ma in qualsiasi cosa. A me piacerebbe che ci fosse una collaborazione maggiore tra studenti e Comune e che da parte delle realtà underground ci fosse un pochino meno di spocchia e cercassero di collaborare di più. È chiaro che quando si va al sodo si parla di soldi, di spazi e strutture, dove non basta l'entusiasmo di un assessore ma ci vuole un concreto aiuto».

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