NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Vergassola, quando il comico non conosce pause

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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dario vergassola

A Zelig però stanno allungando i tempi.

«Perché hanno capito che il tormentone è debole. Tra l'altro li stanno allungando a quelli che gli funzionano: uno come Brignano non può fare 20 secondi. C'è stato un passaggio dove ci doveva essere per forza il dialetto, hanno fatto una cosa molto televisiva, manageriale da comunicazione, da industria, perché lo Zelig vero non era molto quella cosa lì: Paolo Rossi ci stava un'ora sul palco, non puoi tenerlo due minuti, è uno spreco di talento. I giovani sono molto più veloci. Una volta c'era la divisione netta tra quello che arrivava dal Valtur di turno (la gag, la cazzata, la barzelletta, il tic, il tormentone) e il monologhista. I monologhisti sono Paolo Rossi, Riondino,il Mago Forest che con la scusa dei giochini ti fa cabaret per un'ora e mezza, la Guzzanti. Anche Aldo Giovanni e Giacomo o tantissimi altri come Gioele, Gnocchi o Giobbe, sono poi tornati con una seconda ondata perché tanti nuovi stanno rifacendo le cose che facevano loro, tanto vale farle fare a loro che sono bravi».

Molti artisti internazionali dicono che non è così indispensabile capire ciò che vene detto ma che si colga il messaggio. Oggi si potrebbe fare del teatro comico comprensibile a tutti, senza perdere qualità?

«Io non so che messaggio lancio, forse sono più le battute contro la sinistra che contro la destra e già questo è un bel messaggio, la cosa brutta è che i contemporanei stanno più a sentire i comici che i politici e questo forse è un problema: chiedere a Beppe Grillo cosa bisogna fare, è terribile».

Beh 10-15 anni fa c'erano le rockstar tipo Bono.

«Bono è uno molto ricco e molto bravo. È chiaro che se sei al top come Bono, allora fai i concerti eccetera. È buono che ci siano e meno male che li fanno, non so più se è un senso di colpa per uno che è straricco, io spero che sia in buona fede. Poi è chiaro che sentono di più Bono che un comico della tv di Vicenza che magari è molto più impegnato nel volontariato di uno come Bono».

Smontare una situazione tragica non è un modo per evitare di affrontare ed elaborare certe difficoltà?

«La domanda è perché bisogna soffrire se si soffre già tanto? Se a uno serve a soffrire un po' meno, già io guadagno di più che andare a lavorare, perché dovrei cambiare? Questo non vuol dire che non soffro o non elaboro, però se una cosa si riesce a farla diventare positiva, è una buona cosa».

Come mai la musica si sposa molto con il teatro comico?

«La prima volta che sono stato allo Zelig avevo il terrore di disfare una battuta del tipo: "Ho baciato una ragazza di Bolzano, era bilingue". Se non ridono ci rimani male, se fai la canzone, dopo c'è sempre l'applauso, per educazione».

Ci sono altre realtà artistiche dalle quali si può attingere per creare situazioni comiche?

«Io non ti nascondo che di sono 15 anni che sogno di fare delle cose che non sono in grado di fare con il ferro: lavoravo in un cantiere e mi sono rimaste delle cose sugli scafi, enormi lamiere che io trovavo meravigliose da un punto di vista artistico, nessuno le vedeva così ma solo come cose da saldare. Io taglierei le prue delle navi e le metterei dentro casa. Io sono un cialtrone, dove non c'è da lavorar tanto, lo faccio volentieri. Truman Capote, per fare "A sangue freddo" ha scritto 8000 pagine di appunti in 6 anni, a me verrebbe un colpo. Io ho fatto l'operaio, tanto, trovo che sia un miracolo, ecco, ma che rimanga tra noi!».

 

nr. 29 anno XV del 31 luglio 2010

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