NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Quando l’assassino passionale finisce sul palco

La compagnia Fibre Parallele ha presentato a Bassano un monologo dalle tinte fosche e analizza la psicologia di chi uccide per… amore

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Quando l’assassino passionale finisce sul palco

Martedì 31 agosto, al Teatro Remondini di Bassano, per la rassegna Bmotion Teatro,è andato in scena il monologo dal titolo, "2.(Due)" della compagnia Fibre Parallele. Di ispirazione parzialmente autobiografica (il delitto si consuma solo nella finzione scenica), il lavoro è incentrato sulla psicologia dell'assassinio passionale dal punto di vista di chi lo compie. Ne abbiamo parlato con l'autrice e interprete.

Il tappeto sonoro è costituito da più rumori. Come li avete cercati e cosa rappresentano?

Licia Lanera: «È una traccia musicale di Scott Gibbons. Ci interessava questa sensazione di frastuono, confusione, fastidio, di un accaduto movimentato, ci sembrava ricordare il suono di una battaglia tra due corpi, che è quello che accade dopo».

La ragazza racconta la sua storia d'amore in maniera episodica, descrive sensazioni belle e brutte ripetendo le frasi, sembra un automa che va in tilt. Quando si tratta di portare in scena un personaggio negativo, spesso si parla di umanità, anche se nella realtà risulta disumano agli occhi di tutti. Come lo si destruttura, portandolo in scena?

«Noi, come poetica, cerchiamo sempre di raccontare queste persone che sono un po' ai limiti della società, "sbagliate", gente perdente, sola, un po' disturbata. Per affrontare un personaggio del genere ci si deve levare di dosso il giudizio e porsi veramente nudi di fronte a un'altra persona a cui è accaduto qualcosa. Una volta passata questa prima fase di giudizio, che è umanamente impossibile per cui noi cerchiamo di lavorarci un po', cerchiamo di trovare gli aspetti positivi di queste persone ai margini, diamo loro una voce, che non vuol dire giustificare ma raccontare che a volte la violenza scaturisce da un profondo dolore o smarrimento. Questo senza cercare di dare degli insegnamenti alla società o di cercare una soluzione, però di fotografare la realtà da un'angolazione un po' diversa da quella che è fotografata dai media».

La protagonista è vestita di bianco. Chi commette dei crimini con l'attenuante dell'infermità mentale non lo si può certo definire parzialmente innocente.

«No, infatti non è una giustificazione. Quando stavo lavorando a questo spettacolo ho visto tutte le interviste della Leosini, alcuni personaggi mi hanno molto colpita e li ho riportati in questa storia. Io gioco sul "ti amo da impazzire", "ti amo da morire", credo che si possa impazzire per amore: è un'umanità che a me fa molta tenerezza, haimè. Io non tollero la criminalità, però la violenza è insita in ognuno di noi, c'è chi è capace di controllarla e chi no; c'è anche chi ha subìto una storia di infanzia particolare e non è stato abituato al controllo».

Ma c'è anche gente normalissima con attività, famiglia, che in un secondo fa una strage.

«Io credo che certe cose siano sopite e poi scatta qualcosa. La violenza di cui parliamo noi, è sempre data dall'uomo: questa quì non ha una pistola, in un altro spettacolo c'è una donna che fa a pezzi un uomo con una mannaia, in un altro, gente che si picchia fisicamente, continuamente, in una famiglia di sottoproletariato barese. È gente che non è organizzata per la violenza e l'uomo è una bestia con un po' più di ragione, che viene fuori in maniera sorprendente».

La scena in cui tu buchi i sacchetti di sangue è rilevante: lo sgocciolare del sangue è amplificato. La spettacolarizzazione di cose che a volte non c'entrano con la morte, passa attraverso un simbolismo di distruzione e più si è distruttivi più si alza l'audience.

«Infatti questo spettacolo è giocato sul voyeurismo dei nostri tempi, il bombardamento mediatico: il plastico della casa con Vespa che punta il dito dicendo: "Qui è successo questo", le foto del bambino Tommy che venivano vendute come gadget, i fratelli di Gravina, i due di Novi Ligure, Cogne, che poi è il top dello show, è tutto esasperato all'ennesima potenza e nell'era di internet, su siti come "Rotten", io posso vedere delle cose che mia madre non ha mai visto in vita sua, di cui non aveva minimamente idea. C'è una spettacolarizzazione del dolore, che per me è pornografia pura, e che aumenta il voyeurismo: alcune persone che hanno visto lo spettacolo lo hanno contestato dicendo che di queste cose così forti non ce n'era bisogno. Io sono sicura che sono gli stessi che rimangono incollati alla tv a vedere i fatti di Perugia e queste cose».

Infatti è come se questa ragazza stesse leggendo il suo blog. Si autolegittima raccontando la sua storia.

«Sì, esattamente: un po' è disarmata, un po' gode di quello che dice, un po' è in confusione. Però lì davanti c'è qualcuno che vuole sapere come va a finire».

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