NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Quando l’assassino passionale finisce sul palco

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Quando l’assassino passionale finisce sul palco

Come mai avete pensato che l'affronto maggiore per lei, fosse l'omosessualità del fidanzato?

«Questa storia è nata da un'autobiografia mia, avevo un ragazzo ed è servita come sfogo: io ho avuto una reazione molto negativa rispetto a questa storia. Ho avuto delle reazioni molto violente e spropositate, forse perché ero in un momento post-adolescenziale di insicurezza. Stetti un periodo in cura e uno psichiatra mi consigliò, avendo già la passione per il teatro e la scrittura, di scrivere questa cosa, perché mi avrebbe aiutata. È stata una cosa molto diversa, più un diario, ma il testo è sostanzialmente quello, la relazione, fino a un certo punto, di quello che ero convinta di voler fare».

Tu volevi ammazzarlo?

«Sì, per me era una fissazione: se non poteva essere mio... io ero fuori di me. Per questo dico che è insito in ognuno di noi. Poi magari io ho incontrato un dottore bravo o ho avuto la fortuna che lui non si faceva vedere da me per il terrore, chissà se me lo fossi trovato davanti in un momento di debolezza: io ho avuto la sensazione, in certi momenti, di diventare una bestia con una forza spropositata».

Quindi a te non interessava il fatto che "l'altra" potesse essere un uomo o una donna, non ti scandalizzava...

«Sì, mi ha scandalizzato moltissimo perché amare un uomo voleva dire che per quanto io potessi cambiare non sarei mai stata quello che lui desiderava. Non è che dice: "Mi piace un'altra che è alta, bionda ecc." e allora io mi faccio bionda e domani lui la lascia e torna da me».

Era un rivale inarrivabile.

«Sì. Questo è accaduto e non mi sentivo di raccontare un'altra storia: per me è convincente perché mi è successo, ci sono andata vicino, e credo che per molto meno possa succedere. Poi il testo è passato in mano a Riccardo (Spagnulo, ndr), che si occupa della drammaturgia, ha riscritto il testo in versi, ha aggiunto delle cose, abbiamo letto dei testi e ci siamo affidati ad alcune confessioni reali».

Nell'interpretare la parte dell'assassina, che tipo di domande ti sei fatta?

«Ho cercato di vedere il punto di vista di queste persone».

Ma ti sei anche giudicata?

«Sì, ovvio. Però nella miseria di alcuni racconti io sono riuscita a trovare della poesia: a una signora di Gioia del Colle, il suo amante molto più giovane aveva detto che era vecchia e lei gli ha dato 43 coltellate, poi ha dormito accanto al corpo insanguinato, per tutta la notte. È terribile ma è anche terribilmente poetico. O anche Rosa Bazzi e Olindo: questi legami fortissimi assolutamente malati, che però esistono. Non c'è nessuna giustificazione: dovrebbero restare chiusi e buttare via la chiave, però non so come dire, io li ascolto volentieri».

Ma anche questa è una morbosità da telespettatore: certe cose si vengono a sapere attraverso una strumentalizzazione. Anche tu sei vittima del meccanismo da reality?

«Certo, come tutti gli altri. Però ci sono delle cose della D'Urso o di Vespa che mi irritano molto, è un circolo vizioso».

Quando la protagonista elenca esempi di coppie, avete messo una canzone dei Sigur Ros, come mai?

«È molto poetica, in quel momento lei è disarmata, dice che lui sembra felice, come un bambino. È il momento di poesia di cui parlavo prima».

La scena finale è molto cinematografica. L'unica soluzione possibile era il suicidio nell'acqua?

«Quell'acqua, per me, è un battesimo inteso come purificazione: cerco di espiare la mia colpa e la purificazione avviene nel momento in cui smetto di vivere perché ho compiuto questo fatto terribile. Questo mondo non dà molte possibilità a chi fa degli errori così grandi e credo che vivere con una coscienza del genere non sia possibile: credo che chi ti sta intorno non possa perdonare, forse anche giustamente».

 

nr. 31 anno XV del 4 settembre 2010

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