NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Cristicchi per il dal Molin parla di soldati mandati allo sbaraglio

Performance teatrale per il vincitore di Sanremo dedicata al ricordo dei militari italiani mandati al fronte a combattere più nemici

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Cristicchi per il dal Molin parla di soldati manda

Domenica 5 settembre, al Festival No Dal Molin, è andato in scena il monologo "Li Romani in Russia", interpretato dal cantautore Simone Cristicchi, in un'inedita veste di attore. L'allestimento provvisorio (quello definitivo avrà alla regia Alessandro Benvenuti ) prevede un palco senza scenografia e con pochi oggetti scenici: una sedia, uno zaino, una coperta e un cappotto. La pièce, in ottave classiche, racconta come i militari italiani dell'ultima Guerra Mondiale siano stati mandati allo sbaraglio e descrive i loro stati d'animo. Cristicchi ha interpretato più personaggi in modo molto avvincente e commovente al punto che ci sono state più curtain calls e il numeroso pubblico gli ha tributato una sentita standing ovation finale.

Il testo è tutto in rima e in romanesco. Questo ti ha particolarmente aiutato?

Simone Cristicchi: «In realtà avendolo imparato tutto a memoria, se si salta una parola si va in confusione, perché è tutto molto collegato. L'ottava ti dà l'opportunità di avere musicalità e io che sono musicista, sono facilitato in questo, altrimenti sarebbe molto monotono, una cantilena».

La parlata romana è preponderante nell'offerta televisiva e cinematografica, eppure sembra che si sia perso quello spirito popolare che invece si ritrova in questa pièce, che ricorda un po' anche certi film di Monicelli. Anche linguisticamente sembra si stiano perdendo certe espressioni tipiche.

«Come diceva Gioacchino Belli, il romanesco non è un dialetto ma una lingua a sé. Questo non è il dialetto di Belli, che è molto più difficile. Credo che l'autore abbia scelto il romanesco proprio per riuscire a dare al testo un'umanità maggiore».

Quando è stato scritto questo testo?

«Tra gli anni '80 e '90. Poi l'autore, Elia Marcelli, è morto nel '98. L'adattamento teatrale è di Marcello Teodonio, professore di dialetto romanesco all'Università di Tor Vergata a Roma. Il testo originale è in realtà molto più ampio, sono 1200 ottave. Questa non è la lingua prettamente di Belli, si avvicina molto ma è sicuramente più raffinata di quella che sentiamo oggi a Zelig o nei film di Vanzina».

In questo spettacolo viene descritta dettagliatamente la situazione relativa all'equipaggiamento scarsissimo, l'inganno e il convincimento che si era forti e vincitori, con il prete che li convince che sono "in missione per conto di Dio": quali sono le analogie con la realtà moderna che hai riscontrato studiando questo testo?

«Basta vedere Bagnasco che va a benedire le truppe che partono per l'Iraq».

Si ma anche quelli che partono per l'Iraq avranno bisogno di una benedizione come quelli che andavano in Russia.

«Sì, anche se non vedo cosa c'entri la Chiesa con una cosa molto distante dagli insegnamenti di Gesù, è proprio un controsenso».

La caratteristica della pièce sta anche nell'atteggiamento dei personaggi, tipicamente romano : poeticità e commozione ma al tempo stesso sarcasmo e disincanto. Questo tipo di dicotomia che origine ha?

«Mah, forse proprio nello spirito che c'è in noi romani. C'è nel racconto goliardia e cameratismo, oppure quando fanno portare lo zaino pesante al cinese, al prigioniero, senza badare al fatto che gli stanno dando delle munizioni con cui lui può sparare. Lì esce fuori lo spirito del romano che non è quello di oggi, ecco. Non so per quale motivo si sia perso, sarà perché oggi Roma è diventata una città multiculturale».

Ma lo siete da migliaia di anni.

«Sì, ma negli ultimi 10 anni si è perso completamente».

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