NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
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La musica popolare può diventare nuova

Anche le tradizioni si rinnovano la conferma è giunta dal concerto che ha visto alternarsi il cantautore Luca Bassanese, il Coro delle Mondine e la Banda Osiris

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Luca Bassanese

Sabato 11 settembre, sul palco del No Dal Molin Festival, si sono alternati il Coro delle mondine di Bentivoglio e la Banda Osiris, che ha fatto una breve incursione di cabaret musicale tra Vivaldi e vari successi internazionali. A fare da padrone di casa, il cantautore vicentino Luca Bassanese, che con la sua orchestra ha aperto e concluso la serata. Con lui abbiamo cercato di capire come si possono creare delle nuove tradizioni di musica popolare, attingendo da quelle già radicate.

Questo spettacolo ha riunito realtà musicali molto diverse. Cos'hanno in comune i cori delle mondine, la Banda Osiris e il tuo mondo?

Luca Bassanese: «La passione per la narrazione: raccontare ciò che fa parte del vissuto per portarlo alle nuove generazioni».

Quanto è importante e quanto è difficile recuperare le tradizioni tramandate oralmente?

«Il popolare è un linguaggio che io utilizzo e trasformo: prendo quella che è la tradizione e la uso per raccontare, con i canoni del popolare ma cercando di fare qualcosa di nuovo».

Come possono essere utili a voi cantautori i cori come quelli delle mondine, che sono di autori anonimi?

«La forza di quei canti è un dato oggettivo: sono canzoni che rimangono nella storia e appartengono alla coscienza collettiva. Scoprire qual è il motore di questa coscienza è un modo per entrare nel popolare. In questa maniera riesci a trovare un linguaggio che ti permetta di entrare nel cuore delle persone e delle argomentazioni che solitamente non si affronterebbero e lo fai attraverso la musica che veicola il messaggio. Il "Bella Ciao" delle mondine ha un significato simbolico e forse affettivo, perché chi la conosce magari l'ascoltava dal nonno. Io cerco di ascoltare la canzone provando a capire chi l'apprezzava a quel tempo, chi la cantava e chi invece era contro. Adesso può sembrare elitario cantare una canzone delle mondine ma all'epoca era qualcosa di bistrattato, che faceva parte di una lotta. Non dobbiamo dimenticare questo: ripetere sempre qualcosa diventa nostalgia e non un messaggio per le nuove generazioni. Ecco che siano le mondine a cantarle».

Chi sono i loro eredi? Come verranno tramandate queste cose?

«In Italia c'è chi riesce a portare avanti queste tradizioni e il supporto digitale permette di non perdere questi canti. La collana "I dischi del sole" ha inciso tanta cultura popolare che non andrà più persa. Ci vuole anche la narrazione storica. Un ragazzo di 18 anni li può cantare solo se riesce ad entrare in quel sentimento e lo deve fare nel suo modo al punto di arrivare a cantare una nuova "Bella Ciao" o una nuova canzone delle mondine. L'importante è captare il sentimento: io ho molti bambini ai miei spettacoli e quando sentono la canzone del "Pesce Petrolio" o dell'acqua in bottiglia o la storia della goccia e della stella cadente, che è nel mio libro che esce il 19 settembre, chiedono di mettere l'acqua nella caraffa perché nella bottiglia è imprigionata. Queste storie le assimilano al punto di farle proprie, perché appartengono al linguaggio dell'infanzia. Come la libertà: non appartiene all'uomo più colto del mondo ma al popolo, all'istinto, ad un'esigenza. Ecco che le mondine possono trasmettere il sentimento e la passione ai loro nipoti e i nipoti possono raccogliere l'energia delle loro nonne trasformandola in una propria energia e non in una copia».

Si stanno creando delle nuove tradizioni musicali legate alle realtà lavorative, grazie alla presenza di lavoratori stranieri?

«Chi utilizza molto la canzone per raccontare delle storie, sono i popoli migranti. Io ho assistito alla "danza dei passi" eseguita da un gruppo di senegalesi: suonano il djembè, fanno il passo del migrante che attraversa il deserto e loro accompagnano, con questo suono, ogni passo, che è anche quello dei molti che affogano in mare senza riuscire ad arrivare. Questi senegalesi hanno invitato tutti a fare questi passi in modo da camminare anche per chi non ce l'ha fatta. Questo è un nuovo racconto musicale».

Nuovo per noi o perché si è creato in un contesto di emigrazione verso l'Europa?

«È una cosa che si è creata adesso su un fenomeno di matrice popolare. L'uomo ha esigenza di raccontare il suo bisogno di riscatto attraverso la musica. In questo caso la musica non ha lo scopo di intrattenimento ma di narrazione: questa è la musica popolare».

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