NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
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“I giorni di ieri”, un film non solo vicentino ma in vicentino

In una sezione speciale della Mostra del Cinema presentato un film di Stefano Pozzan recitato in dialetto. Racconta una storia di sottoproletariato che ci riporta alla fine degli anni’70

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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“I giorni di ieri”, un film non solo vicentino ma

All'ultima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, è stato proiettato un film tutto vicentino. Ambientato nelle nostre campagne e recitato in gran parte in dialetto, "I giorni di ieri", ha riscosso molto successo sia di pubblico che di critica. Ne abbiamo parlato con Stefano Pozzan, produttore della Biplano Film e regista della pellicola.

Il film è stato presentato a Venezia 67 nell'ambito di Digital Expo. Di cosa si tratta di preciso?

Stefano Pozzan: «È la prima volta che lo fanno, è un tentativo che si rifarà anche nei prossimi anni: tutti i film della Mostra di Venezia, sia quelli in concorso che gli altri, verranno messi all'interno di un server dove è possibile rivederli in qualsiasi momento dagli addetti ai lavori, giornalisti e critici, con delle password, un produttore o un regista possono rimanere sempre aggiornati su chi ha visto il film, ti possono contattare direttamente. È un tipo di fruizione del prodotto finale».

Una specie di Festival on demand?

«Si. C'era anche Youtube: erano venuti per lanciare un nuovo tipo di distribuzione dei film, molto interessante perché la distribuzione è in mano a pochi che dettano il mercato, invece facendo questa cosa si riesce a far vedere al pubblico senza passare per le major. Ci sono delle clip che uno può guardare e se si vuole vedere tutto il film, lo si paga e lo si scarica ma è sempre Youtube. È una cosa a parte e nuova che non interessa solo a Youtube ma anche al Festival di Venezia perché anche dal punto di vista logistico ci sono i problemi legati allo riempire la sala: all'Excelsior c'erano delle postazioni dove al massimo ci potevano stare 20 persone. Questa novità permetterà di rendere il film il più fruibile possibile».

La scelta del soggetto di "I giorni di ieri": come mai una storia di sottoproletariato alla fine degli anni '70?

«Tutto è nato dai ricordi che ho perché nel '77, anno in cui è ambientato il film, avevo 6 anni: il mondo agricolo di mio nonno che era agricoltore e ho cercato di far vedere questi ricordi nel modo in cui li ho visti io, a memoria. Sono due fratelli orfani che abitano nella casa dello zio. Quando lo zio muore, la zia li vuole mandare via perché vuole vendere la casa. Questi attriti e tensione fanno avvicinare la moglie di Rodolfo al cognato, che ha un carattere più riflessivo e sensibile. Questa persona le sembra un'ancora di salvezza, che però si rivelerà vittima di se stesso perché non ci sarà mai uno sbocco per questo amore furtivo».

Cast e location come li hai scelti?

«Per la location ho scelto i posti più caratteristici. Per il casolare mi serviva una casa per fare un non-luogo per poter girare come volevo ma anche per poterli isolare dal resto della popolazione. il protagonista non ha mai fatto niente, mentre gli altri due sono attori di teatro: lei è di Mestre ed è alla sua prima esperienza cinematografica. Ho scelto di girare in 16 mm perché era un sistema di pellicola dei vecchi reportage della Rai. C'è anche il super8, nella scena del matrimonio e nelle scene di sesso, nelle camere di una volta con i letti alti e le braci sotto, a scaldare, per rendere la cromatica proprio della pellicola, della grana che fa quell'effetto sabbia. L'audio l'ho registrato su un audio valvolare, in mono, su un unico canale. Ho usato quello che c'era a disposizione negli anni '70».

Dal punto di vista linguistico del montaggio, da quello che si vede nel promo, è molto semplice: piani d'ascolto, campo - controcampo, non ci sono movimenti di macchina particolari, come mai?

«È un sistema che andava in voga negli anni '70, avevano tutti queste inquadrature molto fisse, al massimo qualche panoramica, senza carrello né niente. Pasolini per esempio non voleva fronzoli che davano estetica. Se tu guardi bene sono tutte come foto».

Che indicazioni hai dato agli attori?

«Li ho preparati molto: io ho lavorato con professionisti in altri lavori e mi serviva qualcuno che non avesse fatto nulla perché così potevo trasmettergli proprio quello che avevo in mente, senza niente di precostituito. Abbiamo fatto proprio come a teatro: lettura del copione, si impara la psicologia dei personaggi, poi si impara a memoria, si fanno le prove in piedi e poi sul posto. Abbiamo provato per 4 mesi prima di girare. Siamo andati in cerca degli abiti degli anni '70, anche l'intimo, il portafoglio con dentro i soldi vecchi, in modo che quando si entrava in scena fossero calati nella parte. Chi ha visto il film ha detto che sembrava reale».

Al limite con il moqumentary quasi.

«Infatti qualcuno mi ha chiesto come mai non ho fatto tutto in dialetto: non volevo fare un documentario ma un film fedele a come si faceva negli anni '70. Poi le comparse erano alcuni di compagnie teatrali, altri gente del posto, come nella scena del funerale».

Che cimitero è quello che si vede?

«San Vito di Brendola».

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