NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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“I giorni di ieri”, un film non solo vicentino ma in vicentino

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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“I giorni di ieri”, un film non solo vicentino ma

Tu fai anche regia teatrale. Teatro e cinema sono due linguaggi molto diversi: quali sono le tue direzioni nell'ambito della tua ricerca?

«Nel teatro, il fatto di avere il pubblico lì, ti spinge verso questo pathos e a darti tutto. Nel cinema hai il tempo di ragionare, puoi fare delle sfumature. Nel teatro devi essere pulito nei movimenti e nelle idee perché si deve arrivare fino a quelli in fondo. Il teatro è bellissimo, il teatro è vita. Il cinema è una macchina, c'è anche un discorso commerciale, è un'altra cosa. In teatro puoi fare qualsiasi cosa, anche una cosa stilizzata: due persone o anche una sola, senza niente, una luce e sei a posto. Il cinema è fotografia e devi fotografare a 24 fotogrammi al secondo, deve essere tutto costruito prima. Puoi poi correggere eccetera ma il teatro, quando lo senti dentro, sul palcoscenico puoi fare quello che vuoi».

Riscontro del pubblico per quanto riguarda questo film?

«Entusiasta! Abbiamo avuto 3 proiezioni finora e in totale abbiamo avuto più di 1000 persone. A Venezia i critici erano entusiasti, abbiamo avuto richieste da tutto il Veneto e anche in Rai hanno fatto dei bei servizi sul nostro film. Adesso vediamo come farlo vedere in giro».

Case di distribuzione?

«È un lavoro un po' più duro. Speriamo».

Ma per il fatto che è in dialetto?

«È un momento buio in generale. Io spero di farlo vedere a più gente possibile e se questo non si può con una casa di distribuzione sono disposto a farlo io personalmente perché ne sono anche il produttore e dunque lo farò vedere il più possibile. Sono tre anni che ci lavoro e le persone che lo hanno visto sono tutte entusiaste».

È un film in cui il linguaggio filmico, l'ambientazione, sono molto semplici e familiari. Il successo di questi film è spesso dato dal passaparola e forse anche dal fatto che c'è un ritorno alla semplicità, in contrapposizione ai grandi effetti speciali.

«Sicuramente. In film come "Avatar" non c'è nemmeno più il set, si lavora direttamente sul virtuale. Ritornare a fare un film così, in una realtà vicentina, sono i primi passi e la gente risponde bene: è una cosa senza fronzoli, una storia d'amore e di passione con lo sfondo degli anni '70, ho fatto questo, niente di più».

Ma queste cose così semplici non portano la gente a pensare che chiunque lo può fare? Come si può distinguere?

«Quando la gente si alza e non si è accorta che sono passate due ore vuol dire che hai fatto un lavoro mostruoso e per farlo bisogna essere convinti, andare fino in fondo e tenere i piedi per terra. Non è semplice fare un film, già fare un corto è un gran lavoro, nel film devi avere il senso della visione della storia, dove andare a parare,cose tecniche a cui stare attenti, è tutto un incastro preciso che devi avere prima di girare. Qui ho scritto una sceneggiatura molto dettagliata, ci sono delle scene di 15 minuti, girate in un unico piano sequenza dove gli attori dovevano essere molto pronti. A tutti è rimasta impressa quella dove dalla cena si arriva allo scoccare della scintilla tra i due cognati che si baciano, c'è un percorso di dialogo che comincia insignificante e che poi monta e arriva al nocciolo».

Parliamo del tappeto sonoro.

«È un mix strumentale di musica anni '70. Nel promo volevo mettere la musica di Stephen Schlacks perché mi ricordavo che da piccolo quando andavo a casa di mia zia, la sera vedevo l'oroscopo di Telemontecarlo dove c'era la sua musica, poi un collaboratore mi ha proposto di fare una cosa più moderna mettendo un gruppo giovane, che è anche andato a Castrocaro, e che mi è piaciuto».

nr. 34 anno XV del 25 settembre 2010

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