NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Serve educare alla lirica, altrimenti…

In occasione dell’inizio della stagione della lirica a Bassano abbiamo incontrato il maestro Stefano Rabaglia

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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rigoletto

La stagione della lirica a Bassano si è aperta con il "Rigoletto" di Verdi, al Palabassano, venerdì 15 e domenica 17. L'allestimento moderno di Daniele Abbado è risultato molto raffinato sia nella scenografia che nella scelta delle luci. Il pubblico ha accolto in maniera davvero trionfale lo spettacolo, tributando con standing ovation e lunghi applausi il baritono Dimitri Platanias, il celebre soprano Gladys Rossi, eccellenti sia nell'interpretazione attoriale che nel canto, e il direttore d'orchestra, il M° Stefano Rabaglia, che abbiamo incontrato.

Si parla molto di quest'opera ultimamente anche per via della messa in scena in diretta, fatta recentemente sui luoghi della vicenda. Ci sono state anche altre operazioni analoghe come "La Boheme en banlieue". Molti hanno criticato questi esperimenti registici, soprattutto per via del fatto che l'orchestra suona in un luogo diverso da dove si trovano i cantanti. Altri invece acclamano a un nuovo modo di fare lirica. Cosa ne pensa?

Stefano Rabaglia: «Tutto quello che può essere divulgazione e conoscenza dell'opera va bene e vanno benissimo, in particolare, i film d'opera: possono avere non solo una loro utilità ma una loro specifica valenza artistica, sfruttando il mezzo cinematografico che è totalmente diverso dal teatro, il teatro non deve imitare il cinema e il cinema non deve imitare il teatro. Francamente, il fatto di avere l'orchestra distante è una grossa complicazione che non dà un vantaggio particolare. Secondo me un buon film d'opera, girato in condizioni di comodità, è sufficiente, però ben venga anche questo. Certamente trovo che si mettano insieme tante situazioni complicate che possono mettere a rischio. Con il film si sfruttano le caratteristiche che il teatro non può avere: diventa qualcosa di complementare che può far bene alla musica».

Come mai, oggi, chi scrive opera, tende a fare qualcosa di difficilmente fruibile e chi invece punta su un lavoro centrato sulla melodia, si orienta più verso il pop?

«È una domanda da un milione di dollari, veramente: il linguaggio della musica colta ha cessato di comunicare al grande pubblico per lo meno già dalla metà del secolo scorso, questo secondo me non è un bene. Io non so dire se un giorno ci sarà un nuovo Monteverdi che reinventi un linguaggio che sia allo stesso tempo popolare e alto. Oggi assistiamo a questa divaricazione dove il popolare funziona benissimo e da un lato il colto, inteso come avanguardie, si è un po' sterilizzato. Questo è un peccato, secondo me».

Contrariamente a quanto si possa pensare, molti direttori d'orchestra sono molto aperti verso le nuove frontiere della musica lei è anche esperto di musica elettronica.

«Si, certo. Ho fatto gli studi al Politecnico di Milano e poi mi sono specializzato all'IRCAM di Parigi, il famosissimo centro creato da Boulez per lo studio della musica elettronica e la sperimentazione, quindi io sono sempre stato molto affascinato da questo. Sono allievo di un grande compositore, Azio Corghi, e ho diretto tanta musica contemporanea, sono molto attento a tutto quello che può essere nuovo ed interessante».

In Europa, in Francia soprattutto, ci sono molte collaborazioni tra grandi orchestre sinfoniche e importanti dj e produttori di musica dance: fanno spettacoli che raccolgono grandissimo successo di pubblico e di critica, come nel caso del progetto "Versus" del dj Carl Craig con l'Orchestra Les siècles, che però è a sua volta un'orchestra orientata verso la sperimentazione e l'utilizzo di strumenti tecnologici. Il futuro della classica potrebbe andare in questa direzione?

«Confesso di non conoscere questo progetto di cui mi parla e mi risulta un po' difficile esprimere un giudizio. La musica dance mi pare un po' povera di contenuti, come ripetizione automatica la trovo poco interessante. C'è musica popolare, rock o jazz di grandissima dignità e questo va bene. Questo progetto in particolare potrebbe essere qualcosa di diverso. In ogni caso la musica è parte dell'uomo e l'uomo e la musica progrediranno ma nessuno può dire come. Io sono fiducioso: la musica non muore, sicuramente».

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