NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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“Non abbiamo tradito l’animo della Politkovskaja”

Ottavia Piccolo, che sulla scena interpreta la giornalista russa assassinata, ci spiega come si è cercato di rimanere fedeli ai testi giornalistici senza spettacolarizzare la realtà

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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“Non abbiamo tradito l’animo della Politkovskaja”

La stagione della prosa a Schio si è aperta venerdì 12 novembre al Teatro Astra con una pièce monologo intitolata "Donna non rieducabile, memorandum teatrale su Anna Politkovskaja", interpretato da Ottavia Piccolo. Accompagnata da un'arpa suonata dal vivo da Florale da Sacchi, la Piccolo ha dato vita ai racconti della giornalista assassinata cercando di offrirne l'essenza del pensiero e della testimonianza. L'attrice, prima dello spettacolo, ha incontrato il pubblico spiegando, tra le molte cose, che la pièce è una sintesi e una rappresentazione teatrale del lavoro della Politkovskaja, che riesce a sollevare dibattito e interesse nonostante tratti argomenti difficili e spinosi e che sta riscuotendo un tale successo di pubblico che l'anno scorso ha raggiunto il ragguardevole traguardo di più di 60 repliche in giro per tutta l'Italia.

 

Avete teatralizzato alcuni articoli di Anna Politkovskaja e la traduttrice ufficiale ha detto che siete riusciti a rendere la musicalità del suo linguaggio. Come si può portare la realtà in scena senza spettacolarizzarla, pur rimanendo in una situazione di comunicazione?

Ottavia Piccolo: «Stefano Massini è un autore molto attento alla contemporaneità e a seconda dei testi e degli argomenti che affronta, usa linguaggi diversi. Ha tenuto conto del modo di scrivere della Politkovskaja e del suo carattere di giornalista: una scrittura asciutta, concreta e non ridondante, con un linguaggio chiaro, molto semplice, lineare e ironico. Lei toccava argomenti molto forti, come quelli della tortura in Cecenia, della violenza sia dei terroristi che dell'esercito russo, che di quello regolare ceceno. Credo che siamo riusciti a rendere questi argomenti in modo corretto senza tradire l'anima della Politkovskaja».

La Politkovskaja era molto impegnata a raccontare verità palesi, ma nascoste, però in Russia...

«... era conosciuta pochissimo!».

Esatto. Voi avete cercato di capire anche il punto di vista dei detrattori o della tantissima gente comune che magari appoggia la linea governativa? A volte sembra quasi di vedere una sorta di neo-filozarismo.

«Beh, per accenni, c'è il fatto che la scelta di avere un presidente, che ora è primo ministro, una conseguenza della voglia di avere un uomo forte che possa dare alla Russia un nuovo prestigio scombinato dagli anni della Glasnost e della Perestrojka, dove non si capiva dove stesse andando il Paese. La Politkovskaja parlava soprattutto dell'assurdità della guerra in Cecenia, Paese che dal ‘700 in avanti è sempre stato colonizzato. Tra l'altro è un Paese piccolissimo, in un deserto di sassi ed è importante perché ci passa un gasdotto e per altri motivi di questo genere, ma è sempre stato terra di conquista: nel '41 Stalin deportò tutti gli abitanti della Cecenia che poterono ritornare nel '57; un paese martoriato. Questo ovviamente non giustifica il terrorismo. In Cecenia c'è una tradizione: la gente quando si incontra non si dice "buongiorno " o "buonasera", ma "Dio ti dia la libertà", perché questo è quello che conta di più, a qualsiasi costo. La Politkovskaja in Cecenia c'era stata circa 42 volte, la gente si fidava di lei, le raccontavano le cose più terribili perché sapevano che lei poi avrebbe scritto e gliele dicevano solo se lei poi le avrebbe scritte. In alcuni articoli lei dice che avrebbe anche potuto smettere di scrivere della Cecenia, ma che si sentiva obbligata, in quanto testimone, di rendere la fiducia che le avevano dato».

In Russia, negli ultimi 20 anni, sono stati assassinati centinaia di giornalisti. Alcuni rappresentanti di varie istituzioni, intervistati su questo argomento, hanno risposto che certe cose succedono anche in Occidente, portando l'esempio del terrorismo in Italia. Da noi chi vuole sapere certe notizie le cerca per altre vie, come la rete, in Russia sembra invece che la gente sia abbastanza rassegnata o anche disinteressata, soprattutto tra i giovani. Secondo lei come mai ci sono delle popolazioni che accettano delle verità prestabilite nonostante ci si accorga che c'è qualcosa che non va?

«È difficile, certo bisognerebbe sapere bene dall'interno. Secondo me, per come mi sembra di capire, da parte dei russi c'è stata una voglia di normalizzazione: non volevano più pensare, erano giustamente stufi del terrorismo, volevano qualcuno che risolvesse il problema, non importa come. Certo, per come siamo abituati noi, ad essere più critici nei confronti del pro problema, ci sembra un "calarsi le braghe" per il quieto vivere, ma è comprensibile. Del resto è come quello che è successo dopo l'11 settembre: in posti con una democrazia conclamata come l'America o il Regno Unito, le popolazioni hanno accettato che le libertà fossero condizionate, pur di sapere che il problema del terrorismo si stava risolvendo. Tra l'altro la Cecenia era già sotto scacco tra il terrorismo e l'esercito russo, ma c'è stato una specie di accordo tra Russia e Stati Uniti per cui la Russia non metteva becco sul modo degli americani di trattare i prigionieri a Guantanamo e a Abu Grhaib e gli americani dovevano lasciare che i Russi combattessero i terroristi in Cecenia come volevano loro: gli incontri erano molto cordiali perché nessuno chiedeva all'altro. È come succede con la Cina: nessuno gli rompe le scatole più di tanto, poi facciamo il Nobel al dissidente però poi quello non si può muovere... è realpolitik».

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