NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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L’epopea della Rivolta di Budapest rivive nel libro: “Lei… Rivoluzione”

L’esordio letterario della giovane scledense Martina Guglielmi è dedicato ad un evento lontano, ma che continua a commuovere non soltanto per la politica

di Mario Bagnara
mario.bagnara@fastwebnet.it

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L’epopea della Rivolta di Budapest rivive nel libr

Ha solo 24 anni Martina Guglielmi di Schio, ma già da oltre dieci anni, esattamente fin dalle scuole medie inferiori, ha iniziato a coltivare la passione per la scrittura. Interessata sia alla poesia che alla prosa, lo scorso mese di novembre ha dato alle stampe con l'Editrice Veneta il suo primo "romanzo" con l'originale titolo "Lei... Rivoluzione..." (208 pp., 10 euro). In realtà, più che di un romanzo vero e proprio, con dei giovani protagonisti, si tratta di una rielaborazione psicologica e politica di un particolare periodo della tormentata storia dell'Ungheria del secondo dopoguerra poststalinista. Teatro della drammatica vicenda la capitale Budapest, "meravigliosa città", ove nell'autunno del 1956 s'infiamma una protesta di massa, prontamente soffocata dall'intervento armato dell'Armata Rossa. A guidare i giovani idealisti non solo gli ideali di libertà, indipendenza e democrazia, prerogative storiche della loro patria ora violata, ma anche l'amore e l'amicizia che invece di distrarli dal loro coraggioso ed eroico impegno, lo stimolano e lo esaltano ancor di più. Un racconto avvincente e stimolante: ne parliamo con l'autrice.

Dal libro, anche alla fine dell'appassionante lettura, non è facile comprendere il perché del tuo interessamento a questo evento della storia ungherese, risalente a trent'anni prima della tua nascita. Chi o che cosa te l'ha fatto scoprire?

«Un semplice viaggio e una innocente curiosità. Mi trovavo nella casa degli orrori totalitari, divenuta museo tra ricordi sempre presenti e polemiche, che ricordano la vecchiaia del passato. L'edificio ricostruisce il passato che i sopravvissuti non potranno dimenticare e che i parenti delle vittime ricordano commemorando i propri cari. Migliaia di visitatori ogni anno odorano nel museo il clima di quei tempi, la prigionia, le torture subite dai condannati; attraverso gli oggetti esposti mi è parso di vivere in quegli anni la violenza e la censura, quella mancanza di libertà che tanto è sottolineata nel mio libro. Approfondendo l'argomento poi ho scoperto vari aspetti che rendono la storia ungherese avvincente e del tutto originale nel suo essere da molti sconosciuta».

Hai approfondito anche il resto della storia dell'Ungheria, in particolare le fasi successive a quella terribile repressione sovietica che, ricordo molto bene, ci appassionò soprattutto attraverso le notizie radiofoniche (addirittura in ungherese trasmettevano le radio americane Free Europe e La Voce dell'America)?

«Le ho studiate, ma non approfondite. Ho concentrato gran parte del mio interesse a ciò che definirei il sistema rivoluzionario, dal punto di vista di chi l'ha vissuto. Per poter scrivere il libro ho lavorato anche di fantasia, trattenuta alla realtà dalle mie stesse sensazioni. Visitare le celle dove furono rinchiusi tra gli altri anche scrittori, giornalisti, artisti e politici; entrare nelle stanze dove hanno alloggiato i fascisti, i sovietici, la polizia ungherese; passeggiare lungo le vie e osservare il romantico panorama... è stato come rivivere un passato sconosciuto, affascinante e abbandonato dai libri di scuola».

Gran parte dell'opera è costituita dai frequenti discorsi, corrispondenti ai messaggi scritti, diffusi clandestinamente, del carismatico giovane protagonista Aurel, sicuramente leader nelle conversazioni riservate durante i ritrovi alla Taverna, posta «al confine della città», tra il fiume e una piazzetta dominata da una vecchio salice che, «in quei giorni addormentato, offriva i suoi sogni in regalo al cielo, mentre le sue fronde stanche cedevano alla terra sotto il peso di una febbre malinconica che scaldava come fuoco la trepidazione di una incosciente attesa»; ma egli è anche pronto a salire su una sedia, «piedistallo di coraggio», in mezzo ad una piazza, per incitare le persone che si ammassano attorno a lui e ai suoi amici nel giorno del drammatico intervento delle guardie sovietiche (il 24 ottobre o il 4 novembre 1956). Il suo entusiasmo sembra supporre una tua personale condivisione: è vero?

«Aurel vorrei essere io, o forse lo sono già in parte. Di certo ciò che provo, ciò che penso, la mia passione verso la libertà e la ribellione sono stati la base della presentazione e della stessa vita del protagonista: ho potuto vivere tutte quelle sensazioni attraverso lui in un libro, nella speranza di realizzare le mie convinzione nella vita reale. Una protesta contro l'assolutismo di un potere imposto, contro la prigionia che in primo luogo cattura il proprio cuore: quella la lotta del protagonista, questo il mio pensiero».

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