NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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La forza del pensiero di Rigoni Stern invade il teatro

Apprezzata pièce all’Astra di Schio “Inverni lontani” ispirata al testo dello scrittore asiaghese

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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inverni lontani

Sabato 15 gennaio, al Teatro Astra di Schio, è andata in scena la pièce "Inverni lontani", ispirata al testo di Mario Rigoni Stern e realizzata dalla compagnia Giocoteatro. Lo spettacolo rientra nel cartellone della rassegna "Schio teatro veneto" ed è stato arricchito dall'intervento del Coro Monte Pasubio. Abbiamo incontrato la direttrice della compagnia, Cristina Manea, che ha anche scritto e diretto la rappresentazione teatrale.

"Inverni lontani" è una novella in cui Rigoni Stern racconta in prima persona: è un individuo singolo che si misura con il passato e con gente che in maggior parte non c'è più. Chi legge percepisce un vero a "tu per tu" con l'autore. Come mai avete portato in scena tutte queste persone che si spartiscono i suoi pensieri?

Cristina Manea: «In realtà non è una storia, ma un insieme di ricordi e in molti passaggi è poesia in prosa. Rigoni parla sempre di una coralità, di un popolo e lo fa sempre senza ridurre i personaggi a macchiette o a rappresentazioni di tipi. Il discorso del coro e della coralità vuole sottolineare proprio questo».

C'è moltissima musica strumentale in questa pièce, oltre al coro, quasi come se le parole fossero racchiuse in una specie di box o di spot. Come mai sembra che ci sia una prevalenza di musica strumentale?

«A volte le atmosfere è più facile raccontarle con la musica che non con il canto, perché il canto contiene le parole. La sottolineatura musicale serve a raccontare ciò che non si può dire. Io creo molto ascoltando la musica, che è fondamentale per me per scrivere un testo, nasce proprio la scena davanti agli occhi».

L'essenza dello spirito di Rigoni Stern era il rapporto con la natura. Qui però non ci sono molti elementi scenici che rimandano alla natura, su cosa vi siete orientati?

«Quello che ci pareva forte, in questo libro, era il messaggio di capacità di riscatto dell'uomo e della forza del pensiero che converge in molti punti, soprattutto quando parla della guerra e delle privazioni. Viviamo quotidianamente l'arroganza e la superficialità come modi normali di vivere, ma in realtà Rigoni dice ben altro. È anche un modo di ricreare un mondo diverso, perché c'è stato ed è importante che continui ad esserci attraverso i ricordi, i libri e queste cose».

Il racconto è molto intimista e molto personale. Voi invece mette in scena un intero paese. Leggendo il libro si ha l'impressione di un rapporto a tu per tu tra il lettore e l'autore, non si scorge una collettività, che invece voi portate in scena e che sembra essere parte del racconto.

«Questo testo è stato depositato nel 2001, adesso è stato rivisto, ma Rigoni lo vide quando lo portammo in scena ad Asiago. Il suo commento fu: "Avete capito tutto" e mi ricordo che uno degli auguri che ci fece e che poi ha scritto anche come dedica sul libro fu: "Auguri primaverili, perché c'è troppo inverno sulla terra": in questo senso diceva che bisognava diffondere il più possibile questo messaggio. In questo testo ci sono due innesti che nel libro non ci sono e che sono "Osteria di confine" e "L'altra mattina sugli sci con Primo Levi" che sono tratti da "Sentieri sotto la neve" e "Sulle nevi di gennaio" che è tratto da "Aspettando l'alba": sono 3 racconti che io vedevo molto bene dentro questa cornice proprio perché danno questo messaggio. Il fatto che lui e Primo Levi avessero sempre voluto passare un inverno insieme e che non ci siano, mai riusciti è una cosa che era importante portare in scena».

Un'altra delle essenzialità del messaggio di Rigoni Stern è il rapporto tra natura e storia. Come avete lavorato per esprimere un concetto abbastanza astratto come questo?

«Ci siamo affidati alle pagine del libro, scegliendo alcuni filoni: la guerra, la gioia dell'infanzia, l'incanto davanti alle piccole cose; è in realtà un susseguirsi di voci, non c'è un filo predeterminato, ogni scena si sussegue all'altra con degli agganci. A me sembra che in questo testo, così come in altri, emerga l'idea che nonostante tutte le battaglie umane dell'esistenza, la natura faccia in ogni caso il suo corso, come la neve che torna ogni inverno a ricoprire i segni del passaggio di uomini e animali, le loro vicende e il loro vissuto, qualunque esso sia. La natura in qualche modo è più forte, più avvolgente e racchiude nel suo vivere più grande la piccola vita degli esseri che la popolano, come se stesse a guardare da un punto di vista più alto ciò che succede e tornasse a ricordare agli uomini l'ineluttabilità del suo corso, che per fortuna è a volte consolatorio e profondamente poetico».

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