NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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La forza del pensiero di Rigoni Stern invade il teatro

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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inverni lontani

Lui raccontava di esperienze storiche di peso mondiale, però il suo era uno sguardo personale e spesso diceva che certe cose non era possibile spiegarle se non erano state vissute. Ciò che diceva però era percepito come universale ed è obiettivamente difficile arrivare a una verità condivisibile da tante persone, anche perché la realtà della montagna è molto dura, oggi quasi perduta e impraticabile. Eppure lui riusciva ad arrivare a tanta che non conosce quella realtà. Come è avvenuto questo?

«Dipende appunto dall'esperienza che uno vive: aver vissuto un evento come la ritirata dalla Russia è stata una cosa veramente al di là di ogni possibilità di descrizione. Lui diceva sempre che il suo capolavoro era stato quello di essere riuscito a riportare a casa tutti senza perdere nemmeno un uomo. Anche ritrovare la strada a piedi: penso che quando uno si misura con degli sforzi così sovrumani, abbia ben chiaro cosa sia la vita».

E gli altri che non hanno fatto queste esperienze come fanno a capire?

«Eh, lì bisogna aver voglia di crescere. Io credo che nella vita di ognuno di noi ci siano dei momenti in cui si attraversano dei passaggi che a volte sono troppo pesanti per le nostre spalle e l'intelligenza e la profondità si vedono proprio nella capacità di trarre qualcosa di molto importante, visto che certe cose non si possono evitare e spesso accadono quando meno ce lo aspettiamo. La profondità di visione è una cosa che secondo me va esercitata e bisogna cogliere queste occasioni. Bisogna stare dentro alle cose che si vivono, che ci piaccia o no e trovare per la strada delle persone che stiano facendo un percorso simile. Poi, come dice Rigoni, bisogna anche prepararsi per tempo alle cose, quando non si vivono esperienze dure, bisogna comunque sapere che potrebbero anche arrivare per cui quel tempo lì è un tempo di grazia, in cui è bene fare scorta di cose che ci servono per vivere in profondità».

Secondo lei la guerra può essere portata in scena fisicamente in teatro?

«Ho visto molte cose e molto belle, per cui penso di sì. Il teatro è comunque un luogo magico dove si possono ricreare delle sensazioni ed emozioni molto forti. Il teatro è ovunque succeda qualcosa nel qui ed ora e con le persone: il pubblico deve entrare a far parte e non deve solo guardare ma deve essere proprio abbracciato. Il teatro ha comunque una forza straordinaria ed è quello che si vede anche se c'è sempre un divario tra intenzione e possibilità effettiva di realizzazione: tante volte tu fai delle cose con delle intenzioni e poi scopri che chi sta dall'altra parte legge tutt'altro che tu non avevi visto e te lo rimanda come in uno specchio, questa è la cosa bellissima del teatro, perché tu parti da un punto e non sai mai dove arrivi. Questa per me è un'occasione per vivere in profondità».

Quanti siete nella vostra compagnia?

«Siamo in 15, ma in questa pièce in 7. Esistiamo con il nome di Giocoteatro dal 2002, ci occupiamo in prevalenza di teatro-ragazzi, ma abbiamo anche degli spettacoli serali per adulti».

Alle medie e alle superiori cosa proponete?

«Questo spettacolo lo si potrebbe proporre, abbiamo fatto una pièce che si chiama "La Schio di Alessandro Rossi" ed era tutto uno studio fatto con la regia di Laura Curino, che è bravissima e ho avuto la fortuna di averla tra i miei maestri. Abbiamo anche fatto "Vissi d'arte, vissi d'amore" che è stato dedicato al centenario del Teatro Civico: lo abbiamo fatto al Lanificio Conte, ma sarebbe stato da fare in un caffè, perché la gente si sedeva ai tavolini, sorseggiava il caffè e in mezzo ai tavoli si recitava, c'era un pianista che suonava dal vivo e una pittrice che dipingeva parti di Schio mentre recitavamo; nel finale si srotolava tutto l'interno del teatro e le persone venivano fatte alzare di corsa perché in quello spazio volevamo che si trovassero nella confusione della preparazione della prima del "Mefistofele" e che ci fosse gente che si passava cose da portare di qua e di là. Alla fine si illuminava tutto l'interno del teatro civico. Penso che anche questo spettacolo si possa proporre ai ragazzi, perché è molto divertente. Coi bambini invece facciamo degli spettacoli molto interattivi perché ci piace che vivano un esperienza».

 

nr. 02 anno XVI del 22 gennaio 2011

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