NR. 04 anno XXVII DEL 19 MARZO 2022
la domenica di vicenza
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Il dramma dell’Olocausto raccontato attraverso gli occhi dei bambini

Jarek e Anna sono i protagonisti della toccante favola raccontata in un libro scritto e disegnato dalle due vicentine Lorenza Farina e Manuela Simoncelli che è stato presentato per la Giornata della Memoria

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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La bambina del treno

Jarek e Anna, due bambini ai tempi della seconda guerra mondiale. Sono i protagonisti della toccante favola raccontata nel libro illustrato "La bambina del treno" (Edizioni Paoline), scritto e disegnato da due vicentine, Lorenza Farina e Manuela Simoncelli e presentato in questi giorni a Vicenza e Bassano del Grappa in occasione delle numerose iniziative per la Giornata della Memoria del 27 gennaio. Anna aveva una stella sul vestito, Jarek no. Anna stava sul treno che l'avrebbe portata ad Auschwitz, Jarek era lungo i binari per vedere i treni passare. Eppure, per pochi istanti, le loro storie si sarebbero incrociate sul ciglio di una strada. «Quando il treno gli passò davanti, il bambino sollevò la testa e i loro sguardi s'incrociarono a lungo come se volessero confidarsi un segreto. Anna agitò una mano in segno di saluto. Il bambino, accovacciato tra l'erba, ricambiò il suo gesto. Il treno proseguì la corsa finché il bambino non fu che un puntino e poi scomparve. Jarek seguì il treno con gli occhi finché sparì alla sua vista». Due bambini che chiedono alle loro mamme perché, ma le risposte sono difficili da dare. Due storie diverse che l'autrice fa incrociare. Come rispondere? Cosa dire davanti alla logica dei bambini? La vicenda raccontata in queste pagine è inventata, ma le circostanze del racconto sono la parte buia della nostra storia che non si può eludere. Difficile trovare parole adatte per spiegare l'olocausto ai giovanissimi. Difficile anche trovare immagini adeguate. Questo libro però, per l'eleganza dei disegni e il candore del linguaggio, è riuscito nell'intento. Con uno stile narrativo delicato, con illustrazioni dal forte carattere emotivo e metaforico e che possono aiutare insegnanti e genitori a raccontare una storia che non può essere taciuta.

Lorenza Farina, bibliotecaria a Vicenza, ha pubblicato una ventina di racconti per l'infanzia ottenendo numerosi riconoscimenti letterari. Farina, come si può parlare oggi dell'olocausto ai bambini? Quali parole si devono usare per far loro comprendere questa grande tragedia, senza intaccare la loro fiducia negli esseri umani?

«Forse il linguaggio della narrazione è quello più appropriato, una narrazione dove i fatti siano visti appunto dagli occhi di un bambino che ancora non sa spiegarli: sente che qualcosa di terribile incombe, ma non sa cosa sia. Ci sono due viaggi nel racconto: uno è quello che compie la bimba ebrea. È un percorso senza ritorno su un treno sorvegliato da uomini che non sanno vedere ciò che stanno facendo. La bimba ha ancora vicino a sé la mamma che la protegge e la consola e quel gruppo quasi invisibile di infelici che dividono con lei il pochissimo che hanno. Chiusa nel ventre del treno, che assume nell'incubo l'aspetto dell'eterno mostro che tutto inghiotte, ogni tanto viene alzata verso una minuscola feritoia dalla quale può prendere una boccata d'aria e vedere uno spicchio di cielo azzurro. La piccola va incontro al proprio destino ignara di ciò che l'aspetta, con la sapienza e la grazia proprie dell'innocenza. L'altro viaggio è quello compiuto dal bambino il cui sguardo incontra quello della piccola ebrea sul treno. È il viaggio verso la consapevolezza, verso la comprensione che c'è qualcosa di cattivo nel mondo, qualcosa che ha infranto perfino la speranza. I due sguardi si incontrano in un paesaggio bellissimo, in una giornata che potrebbe essere perfetta per giocare in mezzo ai campi, per rotolare fra l'erba e ridere a crepapelle. Ma qualcuno ha rubato l'infanzia a tutti e due oscurando il sole nel cielo e la gioia nell'anima. C'è una frattura nel racconto che simboleggia lo spezzarsi dei cuori, lo squarcio spaventoso di un arco temporale fra il prima e il dopo. Una frattura non ancora ricomposta, se dobbiamo ricordare tutto ciò e farlo ricordare ai bambini, perché non accada mai più».

Il libro, presentato nell'Areopago del centro culturale San Paolo di Vicenza con le letture coinvolgenti di Franca Grimaldi e l'accompagnamento alla chitarra di Riccardo Bertuzzi, avvince ed emoziona grandi e piccoli, anche per la bellezza delle immagini di Manuela Simoncelli, formatasi artisticamente a Bologna e a Firenze e illustratrice di libri e giochi per l'infanzia. Simoncelli, quanto contano le immagini per raccontare una storia come questa?

«L'illustrazione è una storia parallela al racconto, una sorta di storia nella storia. A volte ciò che nel testo non è detto, affiora attraverso l'immagine, le sue forme e i suoi colori. All'inizio, quando Lorenza mi chiese di illustrare il suo libro ero perplessa, non sapevo come fare, da cosa partire. Poi ebbi l'intuizione della farfalla e da lì si sviluppò tutto il lavoro successivo. La farfalla, che non viene mai nominata nel testo, ma che compare nei miei disegni, ha una valenza, un significato molto importante. Appoggiata sul filo spinato nell'immagine di copertina, la farfalla simboleggia tutto ciò che nei lager veniva brutalmente negato: la speranza, la libertà, la leggerezza, la vita».

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