NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Otello all’ultima spiaggia

Intervista al direttore artistico del balletto di Roma sullo spettacolo messo in scena al comunale. Apprezzamento per le scelte del coreografo Monteverde

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Otello

Sabato 22, al Comunale di Vicenza è andato in scena il balletto "Otello", realizzato dal coreografo Fabrizio Monteverde per Il Balletto di Roma - Ente Nazionale del Balletto. Il coreografo, per la sua opera, ha scelto le musiche di Dvorak. Lo spettacolo, che ha riscosso un notevole successo, rimane abbastanza fedele al testo conferendo al lungo finale un espressività profonda e commovente. Abbiamo analizzato l'opera con Walter Zappolini, direttore artistico del Balletto di Roma.

Nella scenografia è determinante la presenza di questo molo come se, nel vostro Otello, il mare avesse una forza simbolica più importante che nell'opera letteraria. Questo rapporto non tanto tra uomo e mare, quanto tra uomo e posto di passaggio, secondo lei può essere comunque ritrovato nel testo di Shakespeare, magari anche in forma allegorica?

«Ciascuno di noi, quando legge un testo, si fa un'idea mentale e impalpabile e Monteverde ha voluto stringare e rendere ancora più secco non solo il personaggio di Otello, ma anche ciò che è lo svolgimento del balletto e dei vari personaggi. Non credo che ci sia un'interpretazione diversa da quella di trasporre il testo attraverso la danza contemporanea: ha dato dei segnali molto forti e notevoli, a volte anche aggressivi, ma era tutto voluto. Il porto è un po' l'ultima spiaggia: è come l'emigrante che se ne va dal suo paese e sa di non tornare più o che pensa a dove finirà la sua vita».

Anche perché la situazione di Otello sembra effettivamente senza via di ritorno.

«Infatti. Otello si trova in un'ambiguità per cui non sa quale rapporto seguire di più o di meno ed è un prepotente che inquadra tutti e dice loro cosa fare e chi si ribella magari viene ucciso senza pensarci troppo. È un tema molto crudo e difficoltoso».

Shakespeare mette in scena il concetto di suspense narrativa, adottato molto spesso sia nella tragedia greca classica che nel cinema moderno, principalmente da Hitchcock: lo spettatore è a conoscenza di eventi determinanti di cui invece il protagonista è all'oscuro; questo meccanismo spinge il pubblico verso un crescendo della tensione. Nel linguaggio della danza, questo strumento può essere espresso senza inciampare in scelte retoriche o prevedibili, riuscendo a non sfociare in influenze cinematografiche?

«Si perché nel contesto ci sono delle danze che sono legate al concetto che il coreografo ha voluto dare al testo e che lo esprimono: si vede anche dai costumi e dalla scenografia, non c'è possibilità di uscire da questo. L'ha voluto Monteverde questo e sicuramente vengono fuori delle vicende che lui ha voluto esprimere, ma anche negare. Le scene non sono prevedibili: per chi conosce il testo c'è da considerare che è lui che comanda e inquadra tutti come in un piccolo esercito, i suoi sottomessi in realtà non riescono mai a reagire e lui non accetta le cose che loro vorrebbero fare. Anche nel balletto si vede che lui rimprovera chi è sotto di lui o chi è amato da lui: è un entourage in cui sono tutti ambigui».

Il testo di Shakespeare sfrutta delle strutture tipiche della linguistica e della semeiotica: c'è il rapporto tra significato e significante, infatti Jago, in alcune battute, dice: «il semplice sospetto basta» oppure «le inezie possono avere il peso delle Sacre Scritture». Questo sembra avere a che fare più con l'orgoglio personale, visto come punto debole su cui far leva, che non con la sensualità. Come siete arrivati a una chiave di lettura più orientata verso la passionalità?

«Se lei mette in scena degli attori di prosa, riesce a compenetrarsi più nel testo che nel sentimento fisico che emerge dal balletto, quindi noi dobbiamo vedere attraverso il balletto una scrittura diversa da ciò che può essere interpretato con la voce. Questo va afferrato attraverso il movimento dei ballerini, sia quando sono da soli che in due che in gruppo: è come una squadra guidata da un comandante durissimo per cui loro non possono allargare la loro mente in nessuno spazio».

In Shakespeare il paradosso, l'insondabilità, la dualità degli elementi, dei personaggi e delle dinamiche, sono caratteristiche essenziali. Questi binomi sono analoghi tra loro in quanto possono esser sfruttati sia nel registro comico che in quello tragico. Nella danza è forse più difficile esprimere la sovrapposizione tra comico e drammatico?

«Se uno non ha nessuna cognizione della danza, indubbiamente fa uno sforzo. La danza contemporanea, rispetto al classico, è forse più vicina a ciò che si può recepire perché alla tecnica è unita molto l'interpretazione di tutti i personaggi: qui non solo i personaggi principali hanno un ruolo, ma anche quelli secondari e la lettura deve avvenire attraverso ciò che svolgono tutti i personaggi».

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