NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Un bel quadro di Ubaldo Oppi
nella mostra “Il pittore e la modella”

Esposta nella rassegna alla Casa dei Carraresi di Treviso un’opera molto bella dell’artista vicentino che ebbe gli apprezzamenti di un grande storico tedesco e accese una polemica con i critici

di Giuseppe Brugnoli

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Cifre non ne fanno, ma il fatto che la mostra nella Casa dei Carraresi di Treviso "Il pittore e la modella, da Canova a Picasso" sia stata prorogata fino al 17 aprile, quando era programmata la chiusura ai primi di marzo, significa che l'esposizione ha avuto successo almeno dal punto di vista dell'afflusso. Difatti, è la tipica rassegna fatta apposta per il grande pubblico, con un titolo accattivante e un po' ammiccante, visto che, in tempi di escort, che si fanno fotografare più che dipingere, la modella è davvero "in", e siamo entrati tutti nell'era che si potrebbe chiamare dei guardoni. Così la gente accorre, e non importa se la seconda parte del titolo si incentra sui nomi del Canova, nume tutelare dell'arte in quel di Treviso, e di Picasso, che come si sa è da tempo il prezzemolo per guarnire ogni piatto appena un po' "artistico". Di Canova la mostra trevigiana presenta due olii neppure appena passabili, nudi accademici di scarso disegno e di pessimo colore, che mortificano più che celebrare l'eccellenza del grande scultore, mentre la citazione picassiana si raccomanda, più che a un paio di quadri non particolarmente significativi, ad una serie di disegni tratti più che altro da un album di incisioni, con un sospetto di dejà vu.

Ma inoltrandosi nella mostra, divisa in sezioni, si scopre man mano che la promessa dei dépliants promozionali: «tutte insieme, mai viste, opere di...» e giù una caterva di nomi illustri, è mantenuta, anche se spesso si tratta di una sola opera, e neppure delle migliori. Il passo più arduo, come succede spesso in iniziative di questo genere, è quello dell'entrata, che per corrispondere al titolo dell'esposizione "Il pittore e la modella", propone, come del resto fa anche nel manifesto e nella copertina del vasto catalogo, una serie di opere di autori per lo più ignoti, che vanno per tutto l'Ottocento e si spingono fino a metà del secolo scorso. Sono in effetti quadri "a tema" che si esercitano rigorosamente sull'assunto dell'esposizione, e allora vediamo più di qualche Raffaello mentre dipinge, o denuda, sempre per dipingerla, la Fornarina, o anche Apelle e Pigmalione, e perfino un Carlo Quinto nello studio di Tiziano, mentre posa davanti ad una modella distesa scompostamente. Fin che si passa davanti a questa sfilata di opere che paiono tirate fuori dai depositi di illustri pinacoteche, o conservate in salotti ottocenteschi, sale dai precordi un qualche fastidio al pensiero che contemporaneamente, in Francia, ma anche da noi, o in Germania, con gli impressionisti, i futuristi e gli espressionisti, stava nascendo e affermandosi un modo nuovo di guardare le cose e di fare arte, che avrebbe cacciato in polverosi magazzini o nelle botteghe dei rigattieri tutta la paccottiglia pseudo accademica in voga nelle case borghesi. Ma poi viene in mente che proprio tutte queste cose di cattivo gusto sono messe in bella mostra dall'esposizione trevigiana, che si rivela quindi come uno squarcio aperto su un periodo storico poco o nulla studiato o anzi più che altro negletto e vilipeso, e viene da ringraziare gli organizzatori di questa rassegna che si dimostra, proprio per il contrasto con i soliti omaggi pompieristici all'arte maggiore ormai digerita anche dal popolino e quindi vista e rivista anche nelle sagre paesane, come un prezioso documento su un'epoca scomparsa, dimenticata e anzi disprezzata.

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