NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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L’innocente riscrittura di D’annunzio

Giancarlo Marinelli ha rivisitato l’opera del Vate, il confronto l‘abbiamo affidato a Ivana Monti, protagonista della pièce in scema a Montecchio Maggiore

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Intervista Ivana Monti

Mercoledì 9, al teatro S.Antonio di Montecchio, è andata in scena la pièce "L'innocente" in una versione riscritta dal regista Giancarlo Marinelli liberamente tratta dal romanzo omonimo di Gabriele D'Annunzio. Prodotto dalla compagnia La Piccionaia e da Molise Spettacoli, l'opera propone una profonda analisi psicologica dei fatti narrati attraverso gli aspetti più inconfessabili dell'animo umano. Ben diretto e recitato, il dramma scorre velocemente grazie a un ritmo quasi filmico e a espedienti scenici  simbolici e raffinati, tenendo in tensione per tre ore piene il pubblico che ha risposto con entusiasmati applausi a scena aperta. Ne abbiamo parlato con l'attrice Ivana Monti.

 

Questo testo è davvero molto attuale in quanto parla di due persone decidono di uccidere il di lei figlio con una complicità che si perdonano. Cosa vi ha spinti ad affrontarlo?

Ivana Monti:«li testo non è quello di D'Annunzio ma è una riscrittura che ha fatto il regista Giancarlo Marinelli e che segue solo psicologicamente quello che D'Annunzio racconta. È una storia raccontata in modo completamente diverso: per esempio la madre, cioè la nonna, che io rappresento, non è così presente nel testo originale. Marinelli ha dato al protagonista, Tullio, una valenza di malattia, ricerca ed esagerazione. La moglie non lo tradisce veramente, è una finzione che io le spingo a fare per poter riconquistare il marito. Le dico di fingere perché per tenerselo stretto deve lasciargli credere che il figlio non sia suo: il dongiovanni, ragionando per archetipi, quando scopre di non essere così indispensabile per la moglie, corre da lei. L'introspezione psicologica che fa Marinelli è molto interessante perché vediamo davvero un Dr Jekyll e Mr Hyde, ci sono dei passaggi molto profondi di amore verso la moglie e di accettazione, come espiazione delle proprie colpe, del tradimento e di un figlio supposto non suo. Il tradimento però è solo un libro, perchè verrebbe consumato con una persona che non esiste. È il salto psicologico della moglie che sta sempre a piangere e ad aspettare, ad un certo puto le dico: "Brava sciocca, se tu dici ad un uomo che muori dalla voglia, lui ti ha già seppellita". C'è poi il cambiamento di lei che si fa vedere bella che va alla conferenza dello scrittore inesistente. Nella finzione, di vero, c'è il cambiamento della moglie, di fronte al quale il marito torna a casa e non ha più relazioni. Per riconquistarlo lei deve essere un po' come le sue amiche, perché lui è loro che frequenta, c'è una grande ricerca e scavo dell'animo umano e delle parole per esprimerlo. Marinelli si è addentrato molto nelle profondità psicologiche, anche nella costruzione della società dell' ‘800; io, essendo stata tradita e avendo dovuto sopportare le cose che sta vivendo mia nuora, le dico: "Cambiamo". In questo momento sono la mater familias, anche i figli grandi stanno sotto di me, io comando, io dirigo, io muovo le cose che devono andare come io voglio che vadano e lo faccio perchè la famiglia funzioni e per tenere insieme i pezzi che, come in tutte le famiglie, dopo un po' si sgretolano. Quindi io architetto ciò che in gioventù, probabilmente, volevo fare e ci sarà un figlio a ricordarmi la mia crudeltà nei confronti di mio marito, quando alla fine della vita, lo lasciavo nei suoi escrementi, ritardando le pulizie, in una sorta di vendetta. Poi c'è la condizione della donna borghese che non ha niente da fare e che vive l'avventura come degli avvampi, un porto non molto felice e il linguaggio, la poesia che ci sono in questo "Innocente" di Marinelli.»

Quali sono le differenze tra le modalità del delitto descritto nel romanzo dannunziano e quelle della cronaca di oggi?

«È una punizione verso un innocente, un'invidia, una gelosia, una Medea: tu punisci  la traditrice uccidendone il suo frutto. Si parte dal mito di Medea e oggi questo lo hanno assunto soprattutto i maschi, che uccidono più delle donne, è una vendetta e i moventi sono profondi e devastanti: non se ne parla, si rimane con questo groviglio ( parola che ritorna spesso), che tu non riesci a dipanare dentro la testa, stomaco e tutte le tue fibre».

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