NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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L’innocente riscrittura di D’Annunzio

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Intervista Ivana Monti

Però in tv si analizza anche il capello

«Sì ma sono parole non emozioni: l'artista, l'autore, il poeta,  parlano delle paure, delle angosce e delle efferatezze, rappresentano il momento devastante in cui quella cosa avviene, l'anima, la follia, lo scoramento. Le analisi di 1000 giorni non ti rappresentano la devastazione interna, la canalizzano: l'espressione matematica è una sintesi della vita e noi siamo fatti di dimensioni che non vengono più toccate e portate alla luce. La società di oggi manca di mediazione tra l'evento e il motore vivo, le cause: la nostra è una condizione di sofferenza e di scelta. L'arte ti dà il volume della sofferenza, non è una descrizione diagnostica o tecnica, quella che descrivono gli artisti non viene riconosciuta solo tramite cose tecniche per pochi ma da tutti, immediatamente. Una sofferenza e una gioia si riconoscono dal colore della voce, dalla gradazione, dalle note. Perché noi attori rincorriamo la risata, il pianto o la commozione? Se tu non usi quelle note, che sono di tutti e che tutti riconoscono, hai sbagliato perché non ti sei fatta capire dal pubblico. Noi non inventiamo, dobbiamo seguire ciò che la natura ci dà per riconoscerci e su queste cose non ci riconosciamo più."

Le persone descritte nel romanzo sono altolocate e molto colte, si penserebbe che hanno una coscienza maggiore della gravità del loro gesto.

«L'umanità non ha distinzioni, chi ha studiato di più dovrebbe avere più strumenti di freno e di scelta però non si è parlato e non si è elaborato. Perché una cosa è un'opera d'arte? Michelangelo a 24 anni fa "La Pietà", lì la sofferenza è contenuta e non devastata ma c'è: oltre che essere vergine, madre, figlia del tuo figlio, lui è riuscito a mettere queste cose: l'opera d'arte viene dal pensiero pensato e pensato molto, cercato, limato e tirato su dall'essenza, coltivato. In "Delitto e castigo" la descrizione della condizione umana diventa più importante, il delitto non esisteva fuori dall'umanità ma dentro. Oggi forse siamo fuori dall'umanità.»

I personaggi dannunziani sono spesso estremi ma al tempo stesso sembrano molto fragili e cedevoli. Oggi, al cinema, personaggi del genere riescono ad entrare nell'immaginario collettivo, soprattutto l'eroe, in molti film, ha profondi  lati oscuri.  Quali sono le situazioni storiche che portano gli autori a disegnare personaggi ambigui e a renderli per questo vincenti ? La linea tra il buono e il cattivo sta nella stessa persona, questo succedeva anche nei romanzi ottocenteschi, in mezzo però c'è più di un secolo.

«D'Annunzio osa una cosa straordinaria, interpreta talmente bene, quelle pulsioni di vita e di morte, per esempio, la cosa di lei a letto che soffre e il marito che la va a trovare: si capisce dai loro silenzi che parlano tacitamente, è una scrittura sublime, ha dato una parola viva che ti fa tremare e andare pagina dopo pagina perché senti che c'è qualcosa di terribile però non ancora individuato che ti porta fino alla fine, ha parlato di qualcosa che succedeva e che però non veniva detto. Per quanto riguarda i film: uno è tutto buono o cattivo? Brecht diceva che l'umanità è complessa e che ognuno di noi ha delle pulsioni o delle cattiverie, anche gli animali uccidono i cuccioli non propri affinchè la femmina non si dedichi al piccolo e per riprodursi loro. Non ci sono abbastanza condizionamenti ed educazione culturali perché ciò non avvenga, non c'è cancellazione di bigottismo, in tv non c'è rappresentazione di pensieri profondi e non detti ma che da un'occhiata si capiscono, per educare a frenare questi che sono istinti naturali. I sentimenti sono una dimensione che non viene affrontata, forse oggi non siamo più in grado di farlo e non siamo incoraggiati a coltivare un territorio umido in grado di accogliere un seme e farlo fruttare. I sentimenti sono il patrimonio più grande che abbia un essere umano, bambino o vecchio che sia ma noi non li governiamo e non li alimentiamo. Non abbiamo più le parole e non le cerchiamo. L'eroe mi pare giusto che abbia le sue macchie: c'è voglia di parlare di cose umane e vere, l'antieroe diventa una spia che dice che noi non parliamo abbastanza di noi stessi. Una grande generazione se n'è andata e noi non siamo pronti, il discorso diventa corto e il respiro pure. Questo testo va contro e approfondisce le difficoltà delle relazioni umane...».

 

nr. 05 anno XVI del 12 febbraio 2011

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