NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
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Eduardo supera i confini del partenopeo

Ad Arzignano una pièce dedicata al grande De Filippo, gli autori hanno ammorbidito la lingua senza rinunciare al suono… di Napoli

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Eduardo supera i confini del partenopeo

Sabato 19 al Teatro di Arzignano è andato in scena lo spettacolo "Eduardo più unico che raro" con Rocco Papaleo e Giovanni Esposito. La pièce, allestita con musiche spesso contrastanti rispetto alla narrazione, consiste nella messa in scena di alcuni atti unici poco rappresentati, scritti da Eduardo De Filippo negli anni '30 e '40.

Questi 4 atti unici sono abbastanza rari: come è nata l'idea di volerli portare in scena e come mai sono stati scelti proprio questi, tra gli altri esistenti?

Giovanni Esposito: «L'idea è venuta alla produzione che aveva in mente di affidare alla regia di Sepe uno spettacolo del genere; avevamo già lavorato con lui in "Morso di luna nuova", sulle 4 giornate di Napoli, che è un testo di Erri De Luca. l'idea era quella di fare un grande spettacolo con questi atti unici. Ce ne sono molti perché è tutta la sua drammaturgia giovanile, poi con Rocco e con la compagnia, provando, abbiamo capito quali potevano essere quelli più interessanti che potevano essere cambiati. Ci siamo indirizzati verso questi che non sono propriamente 4, c'è "Pericolosamente", "Sik sik - l'artefice magico" e "La voce del padrone" che vengono fatti interamente, poi ci sono "Gli occhiali neri" che ne viene fatto un pezzo lungo e che è stato rappresentato pochissimo, un frammento de "Il dono di Natale" e uno di "Filosoficamente". Quindi è abbastanza particolare».

L'atto unico "Pericolosamente" fu scritto nel ‘38 ma nel '47 Eduardo stesso cambiò il titolo in "San Carlino". Perché avete deciso di tenere il vecchio titolo?

G.E.: «Perché è sempre stato fatto con quel titolo in realtà, lui lo aveva cambiato perché lo faceva all'interno di uno spettacolo, il titolo originale è quello e lo abbiamo mantenuto».

Queste piccole pièce sono state ritenute da alcuni critici più simili alla commedia di rivista che non al teatro d'arte, eppure sono caratterizzate da un tipo di paradosso che forse oggi non rientra più molto nella percezione di comicità, quanto invece nella messa in scena di una ricerca profonda dell'assurdo, che poi può, eventualmente, suscitare ilarità, come succede in molto teatro del 900, Beckett in primis. Perché certe scene paradossali sono vissute comunque come tipiche del folklore napoletano?

G.E.: «Mah sai, lui questi testi li faceva proprio come avanspettacolo, in mezzo ai film, per raccogliere dei soldi col fratello e la sorella, lui scriveva e li mettevano in scena per cui vivono di quell'impianto scenico lì, del catturare l'attenzione del pubblico con la risata veloce, poi siccome li scriveva Eduardo e li interpretavano loro, parliamo sempre di un livello artistico. In questo momento di drammaturgia del genere non ne esiste e quindi di grande ricerca in ogni caso».

Rocco Papaleo: «Diciamo che partono dall'uso della lingua napoletana che in una prima lettura può sembrare provinciale. Eduardo invece ha fatto questo lavoro nella sua opera: ha preso questa radice linguistica e l'ha eletta a un linguaggio più universale, aprendo le porte a un tetro più realistico, più calato nelle pieghe della società, creando anche un po' uno spaccato di vita. Offre uno specchio allo spettatore in cui riconoscerci. Gli scritti che facciamo noi sono degli anni ‘30 e ‘40 ma è incredibile come "Pericolosamente" abbia un chè del teatro dell'assurdo più di Jonesco che di Beckett, direi».

Quali sono invece le caratteristiche che chi non è napoletano o anche non del sud non coglie e che andrebbero spiegate per migliorarne la comprensione?

G.E.: «Mah guarda, ti può sfuggire qualche parola ma lo spirito lo si coglie tutto».

R.P.: «Siamo in Veneto e cerchiamo di italianizzare un po' ma non si può rinunciare a quel suono, però l'essenza si coglie».

La cultura e la lingua napoletane stanno subendo dei profondi cambiamenti. La difficoltà nell'affrontare Eduardo sta nel non trovare più molti riscontri dell'essenzialità dello spirito di Napoli che si sta perdendo, oppure ci sono gli stessi problemi che si incontrano nell'affrontare un copione molto ricco di sottotesto di un "qualsiasi" autore mondiale?

G.E.: «Direi la seconda: ci trovi le difficoltà che si trovano ad affrontare un grande autore che è stato rappresentato tanto. Vuoi che il testo ti regali qualcosa di diverso, vederlo sotto un altro punto di vista. Come con i grandi autori, ti confronti con Shakespeare o Beckett e vuoi aver un punto di vista che è stato poco messo a fuoco da altri registi e attori».

R.P.: «Direi che Eduardo ha fatto fare uno scatto alla drammaturga napoletana: ha creato proprio una fortissima universalità. C'è la possibilità di riconoscersi anche in una realtà meridionale che, però, non è provinciale: non è necessario conoscere il codice ed essere di lì».

Quindi diciamo una meridionalità "mondiale".

R.P.: «Sì, diciamo un sud più dell'anima che geografico».

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