NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
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Due vicentini e un pubblico attore

Il duo Fogarazzi-Zuffellato ha chiuso la rassegna “Gusti Astrali” con una performance in cui alcuni spettatori sono protagonisti attivi

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Due vicentini e un pubblico attore

La rassegna “Gusti Astrali” del teatro Astra di Vicenza si è conclusa con la rappresentazione “Enimirc”, ad opera del duo vicentino Fagarazzi e Zuffellato. I due giovani artisti hanno coinvolto attivamente il pubblico nella live performance in cui ci si interroga sul rapporto tra crimine e opera d’arte. Andrea Fagarazzi si è laureato presso l’Accademia di Brera e I-Chen Zuffellato alla Theater School dell’Università delle Arti di Amsterdam. Apprezzatissimi dalla critica sia italiana che internazionale, sono attivi sia in Italia che all’estero.

Questo spettacolo propone diversi punti di vista di una stessa situazione ed è promosso come una performance in cui il pubblico viene coinvolto attivamente. Abbiamo visto però che la gente viene fatta entrare in sala e che sul palco si avvicendano persone selezionate prima dell’inizio dello spettacolo. Con che criterio sono stati scelti i partecipanti? Avete dato loro delle indicazioni almeno sommarie oppure hanno vissuto la performance direttamente sul palco senza sapere minimamente cosa sarebbe successo?

Fagarazzi & Zuffellato: «Due vicentini e un pubblico attore (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Sono ignari di qualsiasi cosa possa succedere sul palco, li scegliamo in base alla fisicità e al lavoro psicologico. Ci sono dei ruoli, poiché la drammaturgia è ben definita a priori, non c’è nulla di improvvisato. In base alle azioni che noi andiamo a compiere sappiamo che ci serve una certa fisicità, che non necessariamente debba corrispondere a un modello, ma che corrisponda a dei ruoli, o anche l’abbigliamento; poi ci sono delle condizioni di sicurezza, per cui anche un certo tipo di scarpe può determinare la scelta. Non spieghiamo nulla di nulla, chiediamo semplicemente di seguirci, nel caso poi qualcuno si rifiuti noi lo accettiamo».

Abbiamo visto come voi abbiate proposto una sorta di “qui e ora” di ciò che accade sotto diverse angolazioni, sfruttando fatti di cronaca. Secondo voi la gente, in generale, percepisce maggiormente come reali gli eventi a cui assiste direttamente o l’osservarli in video ne aumenta la partecipazione e l’emozione?

«Sono più strati di lettura, per cui anche il mezzo, il video, permette di mostrare i dettagli che vogliamo fare emergere, mentre invece nella performance live emerge di più la fragilità. La nostra impressione è che chi non è coinvolto percepisce la cosa in maniera molto più violenta di quanto in realtà non è, perché probabilmente stai vedendo che cosa accade, proietti e c’è un’empatia diversa. Per chi invece è coinvolto è un viaggio assolutamente solitario, alcuni ci dicono di un’idea di avventura e di un viaggio personale, altri si aspettavano che saremmo stati più invasivi: è molto facile essere padroni di una persona bendata alla quale puoi far fare ciò che vuoi, però cadere in questa facilità di manipolazione non ci interessava, siamo stati attenti a non essere invasivi, ci interessava renderlo più da un punto di vista drammaturgico di iDue vicentini e un pubblico attore (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)mmagine e ritmo. Poi c’è un altro fattore: lo spettacolo all’inizio era stato pensato solo per le 10 persone, lavorando sul concetto freudiano di uncanny, che è il senso di perturbazione che si prova quando si vede qualcosa di familiare e non familiare allo stesso tempo, quindi il fatto di rivedere se stessi provoca un senso di spaesamento, come quando vedi una persona sconosciuta che assomiglia moltissimo a un tuo carissimo amico: c’è questo senso di stare in bilico e di perdere la sicurezza».

In questo caso la performance è stata eseguita in un teatro. La presenza di un palcoscenico non aumenta un senso di distacco tra voi e il pubblico? Nel senso che entra in gioco una sensazione di dislivello tra le parti: noi siamo seduti in platea e siamo effettivamente i fruitori dell’opera e voi siete quelli, in qualche modo, privilegiati perche sono sul palco e che la offrono.

«Questo è interessante perché il lavoro in realtà si basa esattamente sull’opposto: una situazione ibrida tra performer e spettatore. Chi assiste non è escluso da ciò che accade perché assume il ruolo di testimone, anche se si trova in una situazione tradizionale, seduto a teatro. Poi però scopri che la tua posizione non è quella del normale spettatore ma sei anche tu complice, nel momento in cui ti viene chiesto di fare delle domande».

C’è tutto un costrutto concettuale riguardo al guardare e all’essere guardato, di vedere e guardare, è un concetto molto forte nella stessa società: chi è complice guarda e sta zitto. C’è anche questo elemento?

«Sì, infatti: perché tu stai guardando e non dici nulla? Questo è venuto fuori durante il percorso performativo, con delle discussioni con il pubblico che animavano molto anche il discorso delle riprese video, di utilizzare le persone sotto, eccetera... Noi vogliamo interrogare, facendo un parallelo tra la tematica del crimine, partendo dai ruoli del giudice-testimone-vittima, che sembrano sempre così definibili, e l’ambito teatrale in cui c’è lo spettatore e il performer che poi alla fine sono entrambi in complicità e dipendenza».

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