NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
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Roy Paci, l’umiltà di un artista

Intervista al celebre trombettista siciliano grande protagonista in piazza dei Signori, a ruota libera tra influenze etniche e musica del mediterraneo

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Roy Paci, l’umiltà di un artista

Pubblico letteralmente trascinato dall’entusiasmo e dalla bravura di Roy Paci e dei suoi Aretuska, sabato 7 in Piazza dei Signori, in occasione di Vicenza Jazz. Il celebre trombettista e cantautore ha ospitato sul palco la scuola vicentina di percussioni afro-brasiliane “Batuque Branko”. Paci, Roy Paci, l’umiltà di un artista (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)rivolgendosi ai giovani che amano suonare, ha detto: “è la vostra città, prendetela in mano!”, condannando chi vuole i ragazzi nei talent show per poter dire che i propri figli stanno in televisione. Durante la sua canzone “Viva la Vida” ha ricordato Falcone, Borsellino e Peppino Impastato, dicendo che è grazie a loro se possiamo dire, appunto, “viva la vita”.

Tu suoni da sempre, hai viaggiato moltissimo e suoni anche all’estero. La tua musica ha anche molte influenze etniche. Quali sono i punti di contatto tra la musica del mediterraneo e il jazz ?

Roy Paci: «Devo dire che, nascendo in Sicilia, ti rendi conto davvero cosa significa cosa vuol dire avere una cultura jazz a 360°: noi abbiamo avuto, nel ‘900, i migliori musicisti che venivano fuori da una tradizione basata su quelli che erano i suoni delle bande. Li abbiamo ritrovati poi in America ad essere considerati al top del periodo. Molti non se ne rendono conto, perché poi erano camuffati dai nomi all’americana: uno dei più grandi amici, che da un paio d’anni non c’è più, al quale sono rimasto legato e per me anche maestro di vita, era Tony Scott, in realtà Alfio Sciacca, che insieme ad altri veramente dettava legge, godeva di rispetto e riusciva a stare come unico uomo bianco insieme a tanti altri neri, aveva suonato con Billie Holiday e Charlie Parker. Anche George Wallington e Frank Rosolino erano siciliani».

Questa influenza è portata dagli americani durante l’ultima guerra o c’era anche prima? A Palermo so che c’è uno dei più grandi centri diRoy Paci, l’umiltà di un artista (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) jazz europei.

«Sicuramente l’avvento degli americani in Sicilia ha portato la matrice jazz in maniera prepotente, poi i siciliani hanno utilizzato la loro grande capacità da fiatisti perché la scuola dei fiati in Sicilia è molto forte. Lo dico da sempre e sono contento che anche altri lo abbiano fatto: io combatto affinché le bande musicali non muoiano, faccio progetti da anni, con la Banda Ionica abbiamo fatto il disco di marce funebri, e le nostre sono marce funebri viscerali che poi hanno ispirato anche compositori come Morricone e Nino Rota. Se vai a vedere nelle grandi orchestre sinfoniche i primi strumenti che ci sono in giro sono spesso quasi tutti originari della Sicilia e non è un discorso campanilista, anzi».

Da alcuni anni molti musicisti rimangono influenzati dalle sonorità dell’Est Europa, soprattutto l’area balcanica. Ci sono dei ritmi o dei sound più remoti, legati alla Russia o all’Ukraina che magari non sono ancora stati sfruttati e che potrebbero essere interessanti?

«Secondo me sì: il rock russo è fantastico. Per quanto riguardo la situazione ucraina, penso che qualcosa si stia già sentendo all’interno del progetto dei miei amici Gogol Bordello, dove Eugene ha fatto una partecipazione nel mio disco in un brano che si chiama “il Roy Paci, l’umiltà di un artista (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)segreto” e che non ho mai nemmeno suonato dal vivo perché è un brano talmente fuori di testa e che ho scritto insieme a lui. Con lui avevo già fatto dei documentari, me lo ricordo quando ancora stavano per esplodere».

Quindi prima del film “Ogni cosa è illuminata?

«Sì perché il gruppo è partito facendo spalla ad un progetto con il quale suonavo, Radio Bemba, insieme a Manu Chao».

Tu suoni molto anche nell’Est, che tipo di pubblico è, che tipo di aspettative hanno nei confronti della musica occidentale e della tua musica?

«Io non appartengo alla musica occidentale. Fuori dall’Italia è un pubblico molto più preparato, sanno che il mio è un progetto internazionale e che non sta arrivando il cantante tradizionale italiano, sanno che il mio è un progetto con persone che arrivano da tutte le parti del mondo: il mio MC è congolese, il percussionista è brasiliano e il pianista albanese. Una volta abbiamo suonato a Skopje, in Macedonia, a un festival talmente variegato e ci siamo ritrovati a suonare dopo un gruppo heavy metal: il pubblico era completamente diverso dal nostro, eppure quella gente era preparata sia al metal che al nostro calderone musicale».

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