NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
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Il jazz: la musica artigianale

Questa la definizione data da Paolo Fresu l’artista che ha chiuso il festival. “Il jazz sta diventando musica popolare, ma non si pensi a San Remo”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Il jazz: la musica artigianale

Sabato 14 il festival Vicenza Jazz si è chiuso all’Olimpico con il concerto, esaurito da settimane, del celebre jazzista Paolo Fresu, che ha proposto il suo progetto “Mistico Mediterraneo”. Realizzato in collaborazione con Daniele di Bonaventura al bandoneon e con il coro polifonico corso“A Filetta”, lo spettacolo si è discostato da ciò che viene inteso generalmente come jazz per orientarsi maggiormente verso la ricerca nella musica etnica di ispirazione sacra e a tematica sociale. Il pubblico ha tributato agli artisti un lunghissimo applauso e un’entusiasta standing ovation, con numerose curtain calls e richieste di bis.

Il jazz: la musica artigianale (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Hai all’attivo tra lavori tuoi, collaborazioni e featuring, più di 250 dischi. Alcuni artisti preferiscono fare dischi interponendo lunghi Intervalli di tempo, in quanto dicono che vogliono dedicarsi allo studio. Suonare dal vivo e registrare dischi, può essere un modo per studiare?

Paolo Fresu: «Assolutamente sì, io ho imparato molto registrando, le dinamiche del jazz sono un po’ diverse da un’altra musica, che sia classica o rock. Poi bisogna dividere la discografia tra le mie cose, per cui quella in cui organizzo la musica, la compongo per cui c’è un tempo che bisogna dedicare, e i featuring con altri, cosa che negli anni passati ho fatto spessissimo perché mi divertiva, mi dava la opportunità di scoprire cose nuove e di imparare. In realtà registrare un disco è un buon modo per capire dove andare».

Tu sei anche scrittore. il jazz al giorno d’oggi è forse prevalentemente una musica muta, strumentale. Che differenza c’è tra l’esprimersi scrivendo un libro da una parte e musica strumentale dall’altra con lo scrivere direttamente delle canzoni?

«Di fatto non mi sono mai messo, in questi 30 anni ho sempre fatto quello che ho voluto fare e non ho mai sentito la necessità di scriverne, ne ho scritta una di recente perché mi è stato chiesto. Sennò scrivo delle musica che in alcuni casi può richiamare delle canzoni ma non sono nella forma canzone tradizionale».

E come mai senti l’esigenza di dividere lo scritto nel senso letterario e la musica? Non sarebbe più facile unire tutto nella forma canzone?

«Si e no: la canzone è un momento, il libro per me è una riflessione, un po’ un diario dove mi pongo delle domande e a volte non ho nemmeno io le risposte. La musica che faccio, come dici giustamente, essendo una musica dove non c’è un testo, ha più un significato emozionale che però può arrivare in modo molto diretto, più di una parola. Essendo la mia una musica abbastanza introversa, non esplosiva o di festa, il libro mi è servito in qualche modo per dare un racconto diverso di quell’introspezione musicale».

Oggi ci sono molti giovani che stanno venendo alla ribalta, abbiamo visto Raphael Gualazzi che ha vinto Sanremo Giovani (pochi giorni fa, secondo classificato all’Eurovision Song Contest 2011, ndr). Cosa porta le ultime generazioni ad avvicinarsi a un linguaggio difficile e articolato come il jazz?

«Il fatto che si pensi che il jazz è una musicIl jazz: la musica artigianale (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)a difficile è un luogo comune. Il jazz nasce come musica popolare, quando è nato era la musica che si suonava per le strade ai matrimoni e ai funerali, era la musica della gente. Col bebop degli anni ’50, che era una musica un po’ ostica anche per i musicisti stessi, poi si è arrivati al free jazz degli anni ’70, che è diventato una musica intrisa di ragioni sociali, politiche e razziali, molti si sono un po’ allontanati perché sembrava una cosa difficile da capire. Oggi, secondo me, si sta ritornando a una popolarità, grazie anche alla programmazione di alcuni festival che fanno una musica molto meticciata. Molto è merito degli artisti come Bollani, Rava o il sottoscritto che tengono il piede in molte scarpe diverse. Il jazz non è una musica difficile perché ognuno può trovare il proprio tipo di jazz, basta volerlo trovare. Dal punto di vista della popolarità, i giovani dimostrano quanto questa musica sia cresciuta in questo senso, c’è sempre più pubblico ai concerti nonostante il momento di crisi profonda e ci sono tanti giovani che suonano benissimo. Il jazz sta diventando più capillare, esce da quella nicchia di prima per diventare una musica popolare, anche se non sarà mai popolare come un certo rock o come il Festival di Sanremo ma credo che non debba diventarlo, perche deve mantenere quel concetto di artigianalità, di fatto con le mani, in cui c’è un rapporto diretto tra artista e pubblico».

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