NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Il mito dell’Anguana finisce in musica

La creatura legata all’acqua è il filo conduttore del cd di Patrizia Laquidara, che si avvale della collaborazione del poeta Ennio Sartori

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Il mito dell’Anguana finisce in musica

Domenica 12, al teatro di Valli del Pasubio, è partito il tour di Patrizia Laquidara relativo al suo ultimo CD, “Il canto dell’Anguana”. Il concerto, organizzato da SchioLife, è stato preceduto, giovedì  9, da un incontro, “La voce del desiderio”, tenuto a Giavenale, dove la musicista ha presentato Il mito dell’Anguana finisce in musica (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)il disco con la collaborazione del poeta Enio Sartori, autore dei testi. Gli artisti hanno spiegato come la figura dell’Anguana ritorni anche in altre culture: le sirene, le ondine nordiche, la melusina, e altre figure mitologiche sudamericane e africane. Il disco è un omaggio alla comunità veneta che ha accolto la musicista, di origine siciliana, che ha voluto far partire il tour proprio dai luoghi dell’Anguana. Il 25 giugno si terrà un concerto a Busa dea Rana a Monte di Malo, per la rassegna “Incantamonte”, dove sono state fatte le foto dell’album e sul palco ci saranno “Le donnette del Monte”, coro di bambine dell’asilo. Domenica 26 giugno ci sarà un’escursione guidata a Santorso, da Villa Rossi a Bocca Lorenza: “Concerto per creature d’acqua” con Patrizia Laquidara ed Enio Sartori; il 6 luglio, live a Valdagno al Parco La Favorita.

Durante la presentazione a Giavenale, con il poeta Enio Sartori, avete detto che l’idea è nata dal desiderio di fare un album di musica popolare. Come mai hai pensato proprio alla figura mitologica dell’Anguana?

Patrizia Laquidara: «Sono partita dall'idea di fare un disco di musica popolare e volevo che fosse in vicentino. Volevo anche interpretare delle poesie perché molto spesso in altre nazioni la musica popolare parte proprio da delle poesie. Per cui ho pensato subito ad Enio Sartori e sono andata a prendere tre poesie che lui aveva già scritto, la prima s' intitola proprio “Nota d'Anguana” , come la canzone, poi “La Tita Tata” e già dai primi tre pezzi è venuta fuori la figura dell'Anguana. L'idea era anche di parlare di qualcosa che avesse molto a che fare con l'acqua per cui l'Anguana è venuta da sé».

Abbiamo visto come l’Anguana sia un personaggio molto legato alla figura materna e agli elementi come acqua e terra vissuti come fonte di vita. Questo richiamo a tradizioni pagane e precristiane è stato ritradotto anche a livello di ricerca musicale?

«Volevamo assolutamente pensare a qualcosa che potesse suscitare un senso di musica antica, qualcosa che avesse molto a che fare con la terra e la e radici, ma c’era anche la fortissima esigenza di trovare delle cose moderne altrimenti non aveva senso. Abbiamo cercato delle melodie più semplici possibile: se senti nel disco, non sono mai melodie complicate, quasi ricordano cose già sentite. Molti mi hanno chiesto se “La Tita Tata” è una canzone che già Il mito dell’Anguana finisce in musica (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)esiste, ma non è così, sono tutte canzoni originali, volevamo dare proprio l’idea di melodie forti che vengono dalla tradizione popolare e in questo ci siamo riusciti, è stata la cosa più difficile da fare anche se sembra la più semplice. Negli arrangiamenti abbiamo cercato strumenti antichi come la ghironda e la gaita; le Canterine del Feo sono state il simbolo di questo legame con le radici, nel disco ci sono anche dei campioni e una parte elettronica, la mia voce stessa, non volevo interpretare questo tipo di musica come se fossi stata una cantante di musica popolare, abbiamo cercato di portare la voce verso altri lidi, cercando di mischiare una modernità e una voce che io uso in contesti più contemporanei, usandola come un grido o dei rumori».

Hai scelto la lingua dell’alto vicentino e di partire con il tour da una zona pedemontana come Valli del Pasubio. Tu sei molto celebre anche all’estero: America, Brasile, Giappone. Che tipo di curiosità ti piacerebbe suscitare nel tuo pubblico straniero con questo lavoro?

«Questo disco è stato fatto da musicisti giovani e improvvisatori, Alfonso Santimone, che ha curato gli arrangiamenti, fa parte de El Gallo Rojo, che è un collettivo di musicisti improvvisatori che sta prendendo sempre più piede in Italia. Anche il batterista è un improvvisatore, e proviene da moltissime altre esperienze e altri hanno fatto solo musica tradizionale. Questo disco può essere anche il simbolo di un movimento di musicisti che lavorano in altri contesti ma che riescono a fare musica popolare “misturandola” con altri elementi. La curiosità potrebbe essere questa: cercare di andare a vedere cosa c‘è nel bacino enorme di musica italiana che non è solo quella che sentiamo alla radio o la tradizione melodica napoletana».

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