NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Non uno ma tanti… avari

Nella rappresentazione in cui Arpagone ricorda Gollum la storia classica si mostra capace di descrivere la società contemporanea. Parla il regista Marco Martinelli

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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L’avaro

L’avaro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Mercoledì 23 e giovedì 24, la stagione di prosa del Teatro Comunale di Vicenza, realizzata in collaborazione con Arteven, si è aperta con la commedia “L’avaro” di Molière, in una versione moderna realizzata dal Teatro delle Albe, una delle più importanti compagnie di teatro di ricerca. La pièce, costruita in un atto unico anziché i tradizionali 5, è stata riadattata ai nostri giorni con elementi ed espedienti scenici di forte richiamo televisivo, come, per esempio, il plastico della casa. Il regista Marco Martinelli, fondatore della compagnia, ha affidato alla moglie Ermanna Montanari, straordinaria interprete, la parte di Arpagone. Un “Avaro” ironico, tagliente, dove non è avaro solo il protagonista ma tutti i personaggi e che mostra e dimostra quanto il testo sia adatto a descrivere le caratteristiche della società contemporanea. Abbiamo incontrato il regista per approfondire la sua visione di questo storico titolo del teatro francese e mondiale.

 

Dal punto di vista del contenuto del testo, la cosa principale che si nota è il monologo di Arpagone: una sorta di lettera d’amore verso il denaro. Nel racconto, l’amore per il denaro travalica qualsiasi cosa e spesso è così anche nella realtà. Qual è l’economia dell’amore verso le persone e le passioni? Perché prevale l’avere degli avari?

«Denaro e potere sono intercambiabili, per fortuna riusciamo a continuare ad innamorarci, nonostante la dittatura dl mercato in cui viviamo, in cui una persona vale se ha, se possiede. in America la prima domanda è: tu quanti soldi hai, sennò parliamo altrimenti no. L’economia dell’amore è molto più misteriosa, parlo di qualche cosa dove le ferite di una persona si mescolano con le ferite dell’altro, non di quei rapporti di potere dove uno comanda e l’altro subisce. L’amore è la rottura di questo meccanismo servo-padrone».

La spettacolarità maggiore di questa vostra messa in scena è l’utilizzo dinamico e linguistico delle luci puntate sugli attori e sul pubblico, il microfono di Arpagone, che è l’unico che lo utilizza. Che rapporto c’è tra l’avarizia e l’egolatria?

«Di coincidenza assoluta. È per questo che Arpagone è così disperato: serve solo se stesso o il fantasma di se stesso, in quel modo non vive. Non viviamo se non troviamo le strade per vivere con gli altri, l’egolatria è proprio il grande peccato».

L’avaro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Ermanna Montanari, in un’ intervista ha detto che immagina le voci dei suoi personaggi. Questo Arpagone è molto ironico e quasi cinematografico: non ha importanza che sia uomo o donna, è quasi una creatura ultraterrena esiste solo in simbiosi con “il suo tesoro”.

«Hai fatto una citazione che è verissima!».

Chi sente questa voce pensa a Gollum de “Il Signore degli Anelli”, doppiato magistralmente da Francesco Vairano.

«Sì, non è l’unico, ma è un riferimento che ha attraversato Ermanna, ce ne sono anche tanti altri».

In scena sentiamo questi suoni, un metronomo, della musica di sottofondo a volte molto in sordina e questi colpi che sembrano spari di cannone. Come li avete concepiti, che significato hanno?

«Quello che lo spettatore può dargli. Sicuramente, nella nostra testa, sono questo incombere di Arpagone su tutti gli altri come un cannone che ti può colpire da un momento all’altro. C’è un momento in cui è molto chiaro questo: quando lui chiama Cleante e gli chiede se conosce Mariana e come è, Cleante pensando che Arpgone voglia dargliela in sposa, comincia a magnificarla e lui dice che ha deciso di sposarla. Boom. Lì arriva e questo raggela tutti, è molto chiaro il senso che abbiamo cercato di dargli. Nel resto è proprio come sentire un’atmosfera di minaccia costante, un incombere di colpi, perché lì siamo in guerra».

Rimanendo nell’ambito della parte recitata, c’è una reiterazione di alcune battute e di alcuni suoni.

«“Cosa capisci? cosa capisci?” non c’è in Molière, è una delle pochissime libertà di drammaturgia, soprattutto in quelle due prime scene poi anche in altri momenti, questa resa marionettistica di questi figli vacui così come la figlia che cade sempre in ginocchio, con questi “sì” al padre, come nitriti: è come se fossero marionette compulsive e quindi ci sta anche questa ripetizione di parole e gesti».

Le parole vengono ripetute finché non perdono il loro significato e ne rimane solo il suono. Questa snaturazione e contrapposizione tra aspetto della parola e contenuto, come si rapporta all’interno della storia e delle dinamiche tra i personaggi?

«Talvolta c’è questo e talvolta ci sono frasi sospese in cui il significato è fondamentale e agghiacciante. C’è un gioco di rimbalzo continuo tra lo snaturare la parola e invece dargli importanza assoluta, perché questo è nella vita: noi usiamo spesso le parole senza dargli nessun peso e, talvolta, una parola detta ci ferisce come una pietra che ci viene buttata addosso».

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