NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Il dottor Coppelius, made in Vicenza

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Il dottor Coppelius, made in Vicenza

Nel libretto originale, Franz si innamora della bambola. Qui vediamo che non sembra amarla molto: ci gioca in un modo un po’violento, la strapazza, non c’è l’equivoco: sembra essere cosciente che non è una ragazza vera.

C.B.: «Qui viene fuori tutto lo stile di Monteverde: lui le donne le strapazza sempre, in tutti i suoi balletti».

Sempre in questa scena vediamo che le varie Coppelie si muovono con una coreografia studiata per evidenziare gli arti inferiori e poi gli arti superiori. Questo è molto spettacolare, ma lo è altrettanto il fatto che le danzatrici siano illuminate da un fascio di luce che sul palco crea un quadrato, sembrano quasi inscatolate. Questo effetto scenico ha una valenza puramente estetica o c’è del sottotesto?

C.B.: «Secondo me è scenica perché Fabrizio usa molto i fasci di luce col sagomature. Però come riferimento è giusto, perché se si prende la coreografia tradizionale, in realtà, nelle scene di Coppelius e del suo laboratorio, gli automi sono un po’ inscatolati: non penso che Fabrizio lo abbia fatto per questo motivo, ma viene fuori anche questa cosa».

La prima di questo balletto è andata in scena nel 1870. Cinque anni dopo, Tchaikovsky comincia la scrittura de “Il lago dei cigni”. L’elemento comune di questi due balletti è sicuramente quello dell’incantesimo e dell’equivoco messo in opera da un Il dottor Coppelius, made in Vicenza (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)mago-scienziato. Come mai personaggi come Rothbart e Coppelius sono così determinanti da non poter essere relegati a figure di secondo piano, anche nella danza contemporanea che spesso rivede completamente i libretti?

C.B.: «Perché sono un po’i burattinai, non si può uscire da questo perché sono quelli che determinano il movimento: senza questi personaggi, la storia non potrebbe esistere. “Il lago dei cigni”, “Giselle”, il bene e il male sono in tutti i balletti di repertorio, perché c’è sempre qualcosa che va a finire bene o male. Secondo me l’artefice, il guidatore del bene e del male è sempre qualcuno. Anche nella nostra vita, il grande mistero è se c’è “qualcuno” che guida il bene e il male».

Alla fine vediamo anche che Coppelius gonfia una bambola e si esprime in relazione a ciò che essa rappresenta per lui. Gli oggetti hanno spesso un valore simbolico e affettivo fortissimo. In questa coreografia, c’è anche l’intento di voler descrivere il rapporto che abbiamo con gli oggetti e il significato che gli attribuiamo?

C.B.: «Sì, senz’altro. Le bamboline sono proprio gli oggetti dell’infanzia e lui voleva partire dall’infanzia, ha utilizzato le bamboline perché è da lì che si parte. Alla fine, a Coppelius non rimane altro che la sua solitudine con la bambola finta, è un po’ amaro, ma è bello. Secondo me, con quella cosa lì, Fabrizio ha messo la ciliegina sulla torta: poteva finire che tutti si rincontrano, ma la solitudine nella nostra vita è una cosa reale e spesso uno si ritrova solo, con un oggetto, con quello che gli può servire di più. In questo caso è una bambola, per Coppelius».

Siro, tu hai 19 anni: come ti sei posto davanti all’interpretazione attoriale di un personaggio molto più adulto di te come Coppelius?

Siro Guglielmi: «Devo ringraziare Fabrizio perché non mi ha posto limiti e pressioni, mi ha lasciato libero di immaginarlo e interpretarlo come lo pensavo io. Ho cercato di mettermi nei panni di un uomo solo che cerca l’amore».

Questo balletto presenta una coreografia molto articolata e un’esigenza interpretativa notevole. Come avete vissuto, voi ragazzi, una sfida di questa portata?

S.G.: «Fin da subito ci siamo divertiti tanto: avevamo proprio voglia di fare questa cosa e di dilettarci con la coreografia di un coreografo così importante. Per noi è stata un’occasione, abbiamo cercato di sfruttarla al meglio. Poi siamo un gruppo molto unito, ci vogliamo molto bene e ci aiutiamo l’uno con l’altro. È stato molto bello».

Tu hai cominciato da piccolo con l’hip hop per approdare al classico intorno ai 13 anni. Hai partecipato a un concorso a Chiampo e Il Giornale di Vicenza ti ha segnalato con una menzione speciale. A 16 anni hai vinto la borsa di studio della Scuola del Balletto di Toscana e l’anno scorso, a 18 anni, sei entrato a far parte della compagnia JBdT. Oggi ti vediamo sul palco dei maggiori teatri come protagonista. Questi riconoscimenti sicuramente ti caricano di molte responsabilità. Come vivi quest’esperienza?

S.G.: «Una volta che mi trovo ad avere questa responsabilità do il meglio, cerco di non accontentarmi mai. Io so che ogni volta che ballo, anche se mi dicono che sono stato bravo, sento che posso fare sempre meglio ed è un continuo lavoro, anche se mi viene naturale».

 

nr. 01 anno XVII del 14 gennaio 2012

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