NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Dalle passioni reali a quelle intellettuali: vicentinità

Pino Dato ha ripubblicato dopo quasi trenta anni il suo libro “Dimenticare Vicenza?”, riprendendo la definizione di “vicentinità” utilizzata da Goffredo Parise per presentare “Furie” libro scritto da Guido Piovene

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Dalle passioni reali a quelle intellettuali: vicen

Dalle passioni reali a quelle intellettuali: vicen (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Sono passati quasi trent'anni dalla prima edizione ed eccolo di nuovo fare capolino tra gli scaffali delle librerie vicentine. Stiamo parlando di "Dimenticare Vicenza? Come eravamo, come siamo. Come la cronaca è diventata storia", il libro di Pino Dato pubblicato per la prima volta nel 1983 e recentemente ristampato in una nuova veste editoriale e in un'edizione assai più corposa di ben novecento pagine. E, così come trent'anni fa, il libro è tornato a far parlare di sé con la presentazione del 24 febbraio a Palazzo Cordellina in contrà Riale.

Per quanti ancora non la conoscono, spieghiamo di cosa parla il suo libro?

«Dimenticare Vicenza? è molte cose insieme. In primis, è un collage di una serie di testi, articoli, elzeviri, usciti nello spazio di quasi trent’anni, dalla seconda metà degli anni ’70 ai primi del nuovo millennio. Protagonista principale la città di Vicenza, vista e riassunta attraverso le imprese dei suoi cittadini più noti: dal Sindaco, all’industriale di grido, dal Vescovo al presidente della squadra di calcio, dal presidente della Fiera a quello dell’autostrada. Un lettore che non mi conosce, dirà: ma dietro tutto questo cosa c’è, una denuncia, un’allegoria, una rappresentazione fine a se stessa? Gli risponderei che c’è l’analisi di una città, di un mondo. Come si è evoluto, cosa è diventato, scovando anche qualche perché. Ci sono i grandi temi attorno ai quali si è formata la struttura scenica della città di Vicenza, in parte risolti, in parte no: il nuovo teatro, l’uso e il riuso del Teatro Olimpico, il tema della cultura e dei molti grandi scrittori che se ne vanno mantenendo un rapporto critico con la città, l’evoluzione di una ricchezza privata (e spesso esentasse in settori chiave come la concia e l’oro) ragguardevole e diffusa, le vicende affascinanti e caotiche della società di calcio, la proliferazione forsennata di ipermercati che hanno strozzato il centro storico, la sudditanza obbligata della città agli insediamenti militari degli Stati Uniti d’America. In controluce c’è la mia esperienza personale che dà al libro, quasi senza che lo volessi, un tocco autobiografico. Il filtro della mia sensibilità non lo sottraggo né lo nego».

Dalle passioni reali a quelle intellettuali: vicen (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Perché una nuova edizione a oltre 30 anni dalla prima? E cosa aggiunge alla precedente?

«Qualche giorno prima del Natale 1983 uscì Dimenticare Vicenza? con questo sottotitolo: Viaggio nei misteri di una città estranea alla cronaca, luogo designato dell’anti-mito. Ora, non so se era più accattivante il titolo o il sottotitolo, sta di fatto che, con una sola inserzione pubblicitaria, in breve tempo furono esaurite le mille copie della prima edizione. Ci fu evidentemente un tam-tam dei lettori ad aiutare le vendite. Ricordo un particolare significativo: nella galleria di contrà Porti c’era una piccola libreria Mondadori la quale, solo per la frequentazione e l’amicizia che avevo per l’agente, accettò una dozzina di copie in conto vendita. Il libro era stato distribuito il 22 dicembre pomeriggio. Ebbene, alla mattina della vigilia di Natale l’agente mi telefonò trafelata, lieta di avermi trovato a casa (non c’erano i cellulari) chiedendomi la grazia di 15 copie immediate prima del mezzodì, perché aveva finito la giacenza e l’aveva promesso a molti clienti. Ero sbalordito. Non pensavo assolutamente che avrebbe avuto quel successo, sia pure solo locale. Poi me lo spiegai: titolo e sottotitolo indubbiamente accattivanti, copertina felice graficamente che utilizzava un bellissimo disegno di Gabriele Padoan (alias Scotolati) e poi il contenuto: era la prima volta che a Vicenza usciva una testo di rottura, o quanto meno di non-accondiscendenza, nei confronti del potere locale. Certe cose normalmente non si leggevano e ora erano raccolte in un volume. Il Dimenticare Vicenza? di oggi nasce su coordinate completamente diverse. Intanto lo spazio temporale è di un ventennio in più. Inoltre rielabora la materia in un contesto cronologico, aggiunge testi inediti e ne provvede alcuni di note a margine. Il primo era più vicino alla realtà, che narrava quasi in presa diretta. Questo abbraccia quasi un trentennio e ha un respiro più storico».

Perché bisognerebbe "dimenticare Vicenza"? C'è una provocazione in questa affermazione?

«Non bisogna affatto dimenticare Vicenza, al contrario. Il fatto è che Vicenza, nel suo insieme, in quello che ho definito il suo corpo mistico, ha nel suo Dna una propensione all’anonimato, all’essere senza apparire. Rispetto alla famosa formula della Milano da bere, tutta esibizione, Vicenza vive all’estremo opposto. Fa di tutto per nascondere, per rimanere schiva. Il presente è vissuto sotto traccia e il passato è tenuto al suo posto. Alla fine degli anni ’80 e fino al 1991 Vicenza ha vissuto un periodo economicamente floridissimo. Interi settori industriali (l’oro, la pelle, l’acciaio) hanno accumulato profitti altissimi. Le Nouvel Observateur, settimanale prestigioso di Parigi, mandò qui alcuni inviati per certificare quanto gli era arrivato all’orecchio. Fu un servizio straordinario, che pochi a Vicenza hanno letto, e che il Sospiro del Tifoso prima e il mio libro dopo hanno riesumato. Non condizionati dai soliti noti, i giornalisti francesi hanno fatto verifiche a tappeto per decretare che ‘Vicenza era la provincia dei mille miliardari e che c’era il più alto numero di Ferrari nei garage’. Tutto bene, la ricchezza genera ricchezza: l’unico difetto è che quella ricchezza privata è rimasta tale, non ha avuto riverberi pubblici. Vicenza è rimasta silenziosa, con il suo centro palladiano monumentale e i suoi problemi pubblici al punto di partenza».

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