NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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La potenza del luogo comune (e quant’altro)

Ricognizione rischiosa, ma intrigante nel campo minato delle frasi fatte in compagnia di Stefano Ferrio, Antonio Stefani, Ettore Beggiato e Uccio Cavallin, alla scoperta di qualche segreto ancora celato: dal recepire il messaggio del '68 al posso dirti di oggi, dall'analisi a monte al sotto misura - Di fronte all'ineluttabilità di quel qualcosa che normalmente non vuol dire assolutamente niente pur restando fortemente portante nel lessico quotidiano, la resa sarebbe semplice e immediata. Ma ci sono anche altri modi di reagire...

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La potenza del luogo comune (e quant’altro)

(g. ar.)- Il potere di penetrazione del luogo comune nell’uso della nostra lingua si spinge fino al punto estremo di isolare chi non ci sta. Perché la negazione del luogo comune è sgradevole, come mandasse in mille pezzi un giocattolo che si vuole invece ancora e sempre intero e funzionante. Il titolo di questa puntata di In Piazza è “La potenza del luogo comune (e quant’altro)”; è naturalmente provocatorio e contiene appunto uno dei massimi totem dell’attuale uso dei luoghi comuni linguistici italiani.

Quant’altro non vuol dire in effetti niente di particolare o odi specifico, ma lo si appiccica dappertutto come si trattasse di una formula matematica senza la quale il teorema non si può dimostrare.

fronte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)È peraltro in buona compagnia, anzi ottima: dai tempi del ’68 quando ci si barcamenava abilmente tra gli a monte, il recepire il messaggio, il disvalore dei valori, le convergenze parallele, i come dire più tutto lo sterminato bagaglio retorico a cui ci si abitua normalmente con una certa disponibile quanto incredibile docilità; erano e rimangono ancora formulette a sorpresa, nel senso che a qualsiasi persona normale possono provocare emicranie, mentre al contrario la realtà vera, quella a cui non si sfugge, dice che il lungo cammino percorso ci fa arrivare passo dopo passo ai nostri giorni senza ombra di conversione. È appunto così che adottiamo senza difficoltà la nuova ondata di formule fisse, frasi fatte e chiavi interpretative utili a chiarire il nulla, come appunto quant’altro, oppure come dire, tra virgolette, scientificamente garantito, ecc.

Di tutto questo In Piazza ha parlato con interlocutori non a caso dediti a ricerche personali di lunga e comprovata estensione nel tempo e perciò scelti con grande cura ed equivalente sicurezza di un'ora assolutamente piena: attorno al nostro tavolo, Stefano Ferrio e Antonio Stefani, entrambi giornalisti e autori di libri, Ettore Beggiato, ex assessore della Regione (in tempi non molto remoti) e studioso pervicace della lingua veneta oltre che analista attentissimo dell'evoluzione delle lingue minoritarie in tutta Italia, ed infine Uccio Cavallin, sociologo di professione e artista vicentino notissimo in quanto coprotagonista dell’Anonima Magnagati.

Senza false modestie siamo partiti nel nostro ragionamento riferendoci a Gustave Flaubert, autore tra le altre opere di quel Dizionario dei luoghi comuni, che rimane alla base della cultura europea assai più che altre pretese opere immortali sulle quali peraltro non azzardiamo una parola. Il poeta di Rouen diceva che la chiave per comprendere la fortuna dei luoghi comuni e dell'impossibilità materiale di evitarli in modo sistematico risiede nel fatto che essi vengono utilizzati quasi deliberatamente come tecnica empatica del discorso, specie se il discorso intona alla retorica. Il perché è semplice, legato al fatto che il luogo comune attrae l'interlocutore come una mosca alla marmellata, anche perché il luogo comune può essere subdolamente adattato all'interlocutore, come a regalargli un cappello su misura, e per questo l'interlocutore abbocca: gli pare di ascoltare quasi un altro se stesso...

L'uso del luogo comune insomma genere automatismi e consensi ed è così apparentemente conciliabile alle situazioni di normale quotidianità che se ne perde il significato all'origine. Il risultato mediamente riconoscibile è il seguente: chi si mette di traverso rispetto al binario di normale scorrimento del luogo comune è considerato antipatico, inopportuno, sgradito, per la semplice ragione che guasta un equilibrio ben funzionante. Al contrario, un uomo educato e apprezzato in società conosce una sola parola d'ordine: adattarsi, non discutere...

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