NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Rosso Africa, tra passione e sangue

È ambientato nel continente “nero” il romanzo scritto da Giuseppe Ausilio Bertoli

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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ROSSO AFRICA

ROSSO AFRICA (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Nel continente comunemente chiamato “nero”, il vicentino Giuseppe Ausilio Bertoli ambienta il suo nuovo romanzo che nel nome porta un colore diverso, il rosso. E Rosso Africa è il titolo di questa toccante e realistica storia che Bertoli tratteggia con una prosa asciutta e diretta e il cui protagonista principale è un professionista che, per i casi della vita ma non solo, si ritrova nel volgere di poco tempo proiettato in una realtà totalmente diversa da quella alla quale aveva fino ad allora consacrato il proprio tempo e le proprie aspettative.

Brillante funzionario di una grande banca veneta, il vicentino Claudio Bassi vede fallire la propria carriera quando, a causa di un errore di valutazione verso un cliente, è costretto a lasciare il suo incarico dirigenziale e trasferito a fare l’impiegato nell’ufficio mutui, in cui viene emarginato il personale debole. La depressione reattiva è dietro l’angolo, aggravata dalla mancanza di una solida rete di affetti: Bassi non è sposato e i suoi genitori sono morti qualche tempo prima. Di recente ha perduto anche la sorella Corinna, dilaniata da una mina antiuomo mentre prestava opera di volontariato in una struttura nei pressi del lago Niassa nel Malawi. E sembra non esserci fine al peggio: Bassi, travolto dai problemi, perde la dovuta attenzione alla guida e rimane vittima di un grave incidente stradale. Caduto in coma, vive un’esperienza di pre-morte che lo segna nel profondo. Corinna infatti gli appare in una visione e gli chiede di portare a termine il compito da lei intrapreso con gli orfanelli africani di Kibanda. Tra inquietudini e scarsa stima nelle proprie abilità e risorse, il bancario abbandona il suo mondo per aggregarsi volontariamente alla Pro Africa Association, anche per le sollecitazioni di alcune persone carismatiche che entrano nella sua vita, come Margot, una delle responsabili dell’associazione, e Simba, un giovane mozambicano laureato in sociologia a Trento. Un viaggio nel continente africano non è una passeggiata, ma nel caso di Bassi la situazione si complica ulteriormente. Ciononostante il protagonista, pur tra mille difficoltà, ripensamenti e incertezze, trova il coraggio di realizzare finalmente il progetto dell’amata sorella perduta. E, insieme a questo, guadagna anche il proprio riscatto umano ed esistenziale.

ROSSO AFRICA (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Perché ha scelto questo titolo per il romanzo? A cosa si riferisce il colore rosso?

«Il rosso è il colore della passione, ma anche del sangue. Nel romanzo, ambientato soprattutto nel Mozambico, c’è molta passione per il prossimo, gli ideali umanitari, la vita, tarpata o frenata a volte dal sangue, dalla morte. Ma in Africa la vita e la morte convivono in ogni contesto, in ogni azione, perfino in ogni respiro. Non ci sono vie di mezzo, né scorciatoie. La morte ce l’hai sempre davanti, come uno spettro, un fantasma. Il titolo l’ho però proposto insieme ad altri, tra cui: Un cielo diverso, ma l’editore ha optato per Rosso Africa, più emblematico ed efficace, al pari della copertina».

Anche nel suo romanzo precedente (L’amore altro - Un’odissea nel Kosovo) lei descrive il mondo della cooperazione internazionale: perché le interessa questo tema?

«Ho voluto affrontare il tema della cooperazione umanitaria sia nel Kosovo sia in Africa dal momento che l’ho vissuta in prima persona. Non ho inventato granché, in altre parole. Ma nel volontariato ho parecchie radici, come le aveva mia madre. Questa passione altruistica probabilmente l’ho presa da lei, già nell’infanzia».

Lei ha trascorso un periodo nei luoghi che descrive, cosa ha riportato a casa da quella esperienza?

«Sono partito per l’Africa con l’idea di aiutare gli africani di una missione, anzi i mozambicani della provincia di Sofala, insieme con altre persone, ben sapendo cosa avrei dovuto affrontare. Non sono rimasto a lungo: di lì a una decina di giorni ero già a casa, atterrito dalla paura di buscarmi qualche malattia. Ma non immaginavo che ciò che avevo letto o sentito prima di partire corrispondesse alla realtà. Per fare un esempio, l’ospedale di Beira, la seconda città del Mozambico, è considerato un modello. In realtà, secondo i nostri parametri occidentali, era un lazzaretto: i malati giacevano su luridi materassi buttati lungo i corridoi scrostati, imbrattati di sangue e sterco, le zanzariere sfondate, gli scarichi otturati, le mosche che si accalcavano sulle piaghe dei degenti tra il fetore diffuso. Una scena infernale. Fortuna che la natura selvaggia mi faceva sentire partecipe della forza dirompente che tutto avvolge e travolge. Ecco, il contatto con la natura e i suoi colori netti, stagliati senza equivoci, nonché con la misera ma affabile popolazione rurale che viveva nelle capanne di fango e paglia mi ha spronato a rimanere qualche giorno in più, e a ripromettermi di tornare».

ROSSO AFRICA (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

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