NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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La festa del lavoro, oppure la festa al lavoro?

La data del 1° maggio evoca tempi e modi tanto diversi da quelli di oggi da sembrare desueti e anacronistici, ma è proprio tutto vero? La ricorrenza mantiene un suo significato anche nel marasma della globalizzazione e dei valori tradizionali che si sono sbiaditi? E la domanda principale da farsi oggi non è forse proprio a quali valori ci si deve appellare: la concertazione oppure il riformismo? Che cosa conta di più per il nostro futuro?

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La festa del lavoro, oppure la festa al lavoro?

(g. ar.) Sul lavoro inteso ancora oggi come valore tra l'altro sancito in quanto diritto anche dalla Costituzione si può discutere a non finire. L'impressione è al contrario che di lavoro si parli sempre meno preferendo seppellirlo sotto l'oceano della intricatissima contradditorietà di modi termini e soluzioni eventuali dettata dalla globalizzazione, che a quanto pare tutto spiana e rende senza significato se non dentro un contesto allargatissimo di parametri economici e di riferimenti finanziari.

Il lavoro insomma rischia grosso, rischia il dimenticatoio più completo e per questo rischia anche di venire sempre più reso vassallo di altre esigenze. Si capisce dunque come sia fondata la domanda, sul significato reale e permanente di una ricorrenza come questa del 1° maggio alla quale per più di un secolo si è attribuito un valore specifico e ben determinato rendendolo un appuntamento simbolico di rarissima efficacia di immagine e di diffusione di una determinata scala di valori socialmente riconosciuti da tutti, dentro e fuori dall'Europa.

La festa del lavoro, oppure la festa al lavoro? (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Inutile dire che tutto oggi pare mutare nella sostanza stessa del ragionamento e anche che qualsiasi illusione in merito risulterebbe un sogno senza contorni reali se non si contrapponesse alla tendenza generale, che mira a sminuire il concetto ed il peso del 1° maggio, una nuova razionalità prima di tutto sociale, utile a ristabilire quanto meno la correttezza dei rapporti tra le idee.

Aggiungiamoci anche che le operazioni in atto in tutta Europa da qualche anno non hanno fatto che aggiungere vuoto ed incertezza ad un processo di sfaldamento dei valori popolari così come erano stati promossi assecondati e difesi in molti decenni a partire dalla fine dell'ultima guerra mondiale. Che cosa poi si possa aggiungere sul ruolo che il governo italiano, quello dei tecnici attualmente all'opera, è arrivato per sommare rincari a rincari e preoccupazioni a preoccupazioni parrebbe perfino superfluo ricordarlo, anche se è sicuramente un'ottima cosa sottolineare che alcuni dei provvedimenti “sudore e sangue” varati dal governo Monti non fanno altro che approfondire l'impressione di sempre e cioè che quando c'è da pagare qualcosa di veramente salato per la collettività a pagare sono sempre gli stessi, i molti che si ritrovano nell'impossibilità di rifiutare l'ostacolo, cioè la gente a reddito fisso, i pensionati, ecc.

Forse quello che il lavoro di oggi, già messo a repentaglio dalla liberalizzazione a oltranza e dalla crescita sensibile degli indici di disoccupazione, si aspettava dai professori di Monti era una puntualizzazione finalmente chiarita su chi dovrebbe pagare e chi no, su chi si può ancora permettere di pensare al futuro con uno straccio di programma di famiglia e chi invece o non ne ha nessuna preoccupazione o al contrario è meglio che non ci pensi perché una via d'uscita non ce l'ha. Il che non è accaduto e al di là di aumentare l'Iva con la prospettiva di portarla al 23% in autunno, aumentare le accise della benzina, aumentare tabacchi, alcolici e tutto il resto di quel tutto particolare e compattissimo fronte dell'intervento al rincaro che da sempre caratterizza la vita degli italiani con qualunque governo al potere ed in qualunque stagione, al di là di tutto questo i professori non sono andati almeno per ora imprimendo peraltro proprio al lavoro una ipotesi di riforma che non lascia tranquillo nessuno.

A In Piazza ne abbiamo discusso con i tre segretari generali dei sindacati maggiori per la provincia di Vicenza, Giancarlo Refosco della CISL, Marina Bergamin della CGIL e Grazia Chisin della UIL, e poi con Claudio Miotto, vicepresidente nazionale di Confartigianato e Mirka Pellizzaro responsabile dell'area sindacale di Confcommercio Vicenza. Interlocutori di primo piano e argomento di primo piano. Ne abbiamo avuto come risposta un dibattito molto interessante che alla fine ci ha soddisfatto.

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