NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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El pueblo unido in salsa partenopea

Il gruppo degli Inti Illimani si è esibito a Vicenza tra sonorità sudamericane ed influenze italiane, in particolare napoletane

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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El pueblo unido in salsa partenopea

Foto di Marco Cavattoni

 

Domenica scorsa il No dal Molin Festival ha ospitato il gruppo Inti Illimani Histórico, formato da due dei fondatori degli Inti Illimani, Horacio Duran, Horacio Salinas e un altro storico componente del gruppo, José Seves, a cui si sono aggiunti due giovani musicisti: Danilo Donoso e Camilo Salinas. Canzoni più vecchie e alcune più recenti degli ultimi album hanno entusiasmato il pubblico che ha risposto con grande partecipazione quando gli Inti Illimani Histórico hanno eseguito quello che è diventato ormai un inno: “El pueblo unido jamás será vencido”. L’artista Eduardo “mono” Carrasco durante il concerto, con l’assistenza di alcuni ragazzi, ha realizzato un murales. Abbiamo incontrato José Seves, chitarrista e vocalist degli inti Illimani Histórico e membro degli Inti Illimani per più di 20 anni.

El pueblo unido in salsa partenopea (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Quando ci si riferisce a voi, si sente parlare più di orchestrazione che di arrangiamento.

José Seves: «Anche io tendo a dire “orchestrazione” più che “arrangiamento”, forse per una preoccupazione particolare della partecipazione di ogni strumento. Abbiamo creato un po’ una certa impostazione da gruppo di musica da camera: siccome abbiamo un repertorio molto vasto, per aiutare a distinguere ogni brano, in questo senso si apre un lavoro di orchestrazione con molta attenzione alle combinazioni di strumenti e ai colori».

A volte, in alcuni vostri brani, ci sono anche delle sonorità che richiamano musiche di tipo rinascimentale o delle varie tradizioni europee. Avete vissuto molti anni a Roma, quali sono le influenze della musica italiana nella vostra composizione e quali tipi di musica europea vi hanno interessato maggiormente?

«Ci sono delle influenze per desiderio e scelta nostra: a noi ha interessato sempre trovare dei punti di riferimento, cercavamo una certa proiezione e sviluppo e quando siamo arrivati in Europa ci interessavano i movimenti nazionalisti russi, come Prokofiev e Mussorgsky o gente del mondo dell’accademia musicale che aveva fatto ricerca nella folkloristica come Béla Bartók. Abbiamo ascoltato le orchestre e queste opere e la musica europea che nasce da una situazione di musica folkroristica che si sviluppa; lo stesso volevamo fare con la nostra esperienza. Abbiamo conosciuto la Nuova Compagna di Canto Popolare e il lavoro di Roberto De Simone. C’era una situazione molto simpatica perché i due gruppi sono nati nello stesso periodo e a noi ci ha molto stupito il lavoro di Roberto De Simone. Altre esperienze di vita ci hanno portato in Svezia, Finlandia, Turchia, Grecia e partecipando ad eventi dove c’erano esponenti della musica popolare di quei paesi; c’erano cose che ci piacevano, che ci rimanevano come una concezione diversa da quello che noi stavamo facendo e queste cose erano accolte come un’influenza positiva».

La regione italiana che vi ha influenzati maggiormente a livello musicale?

«Senz’altro Napoli. C’è poi una cosa particolare con Napoli: a quel tempo leggevamo nella realtà italiana, anche nel teatro, che era potente la partecipazione partenopea».

Voi utilizzate anche strumenti antichi. Cosa pensate del suono degli strumenti elettronici?

«Guarda, per noi è stata senz’altro una scelta. Come è nato e cosa ha significato questo recupero delle sonorità precolombiane, per noi era molto importante perché da noi, in America Latina, c’è ancora oggi questo problema dell’integrazione delle etnie originali: manca il rispetto e la considerazione perché loro sono senz’altro il sangue più originale dei nostri paesi. Il non riconoscimento delle lingue, per esempio, non accettare la loro diversità. Ritorna sempre questo trauma dell’imposizione di una cultura sull’altra e per noi era importante prendere dei simboli, strumenti, metterci il poncho eccetera; per cui l’altra musica che normalmente veniva sentita alla radio era un’altra cosa, come il rock o le canzoni romantiche».

Però voi eravate giovani nel periodo delle rivoluzioni culturali, per cui il rock e voi siete stati le due grandi voci delle contestazioni di quel periodo ma sembrano due binari paralleli.

«Il rock è un linguaggio nuovo e rivoluzionario rispetto al periodo precedente, però dal punto di vista dei contenuti no: le canzoni di Elvis non dicono nulla, è Bruce Springsteen che comincia a parlare degli operai».

E Bob Dylan, Joan Baez e altri?

«Sì ma l’influenza è molto misurata perché noi parliamo un’altra lingua, oltre a “Blowing in the wind” è difficile che arrivino le altre cose. Poi Dylan non è un “rocker”, è un cantautore più che altro. Se tu vai a cercare dei contenuti sociali e importanti, nel rock ne trovi pochi. Tornando alla domanda che facevi: non è che ci sia un atteggiamento esclusivo che non comprenda strumenti più moderni ma è il modo di usarli. Ora c’è Beatriz Pichi Malen, una cantante di origine Mapuche, la popolazione più i importante dell’America Latina, e lei canta nella sua lingua e i suoi riferimenti culturali e si fa accompagnare da strumenti elettronici e da musicisti argentini: sono bravissimi perché non distorcono e rimane l’essenza, musica tradizionale fatta sia con strumenti tipici che elettronici».

El pueblo unido in salsa partenopea (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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