NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Nabucco: partitura eterna interpretazione attuale

L’opera di Verdi ha inaugurato la stagione bassanese della lirica. Abbiamo intervistato il regista Poda e il maestro Allemandi protagonisti dello spettacolo

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Nabucco: partitura eterna interpretazione attuale

Nabucco: partitura eterna interpretazione attuale (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La stagione della lirica di Bassano del Grappa si è aperta questa settimana con la prima nazionale della terza opera di Giuseppe Verdi: “Nabucco”. L’allestimento messo in scena dal regista internazionale Stefano Poda è essenziale e punta sull’aspetto più introspettivo dei cambiamenti storici che possono combinarsi e sovrapporsi proprio perché riconducibili al concetto di umanità e universalità. Interessante la gestione delle masse che si spostano sul palco con criteri molto precisi e quasi coreutici. Abbiamo incontrato il regista Stefano Poda che ci ha spiegato le sue scelte estetiche e intellettuali e il Maestro Antonello Allemandi, che ha diretto l’opera.

Lei lavora soprattutto all’estero: quanto la sua esperienza influenza gli allestimenti che poi porta naturalmente anche in Italia?

Stefano Poda: «Il percorso è sempre lo stesso: non mi fisso mai. Questo è un Nabucco che arriva dopo il mio primo Nabucco del ’95, è un opposto. Certo, mi rendo conto che questo spettacolo avrebbe bisogno, per il pubblico, di un percorso intermedio che in Italia è mancato: ci sarebbe dovuta essere quel l’esperienza del regietheater che in Germania ha cambiato il gusto. Poi la modernità è sempre molto relativa perché dipende molto anche dalla sensibilità e dalla capacità di captare le cose, ma c’è un gusto innegabile che è quell’onda che fa funzionare le mode: la peculiarità. Io dico sempre che quando siamo in giro per il mondo e facciamo zapping non dobbiamo aspettare i titoli di coda per capire di che anno è il film, si capisce impercettibilmente e immediatamente. Anche in teatro e opera o arte contemporanea c’è quel segno che caratterizza immediatamente gli anni. In area tedesca e nordica, dopo 20-30 anni, dove il regietheater era saturato, c’era bisogno di qualcosa di nuovo; in Italia quella fase è mancata: si passa direttamente dal decorativismo e la descrizione a questo. Manca il salto».

Questa è un’opera significativa sia per il periodo in cui è stata scritta, anche per quello che rappresenta per noi oggi, perché parliamo del popolo ebraico. In questo allestimento lei ha puntato molto su questa sorta di esercito di terracotta silenzioso, a testa in giù, una situazione capovolta a cui Verdi, chiaramente, non poteva aver pensato perché certi eventi non erano ancora successi.

Nabucco: partitura eterna interpretazione attuale (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)S.P: «Verdi e tutti i grandi genii pre-sentono e raccontano le storie dell’ uomo eterno che si ripeteranno sempre fino alla fine dell’umanità. Come giustamente ha captato, quest’allestimento non è tradizionale, non racconta la storia degli ebrei ma non transita neanche all’Olocausto nell’antagonismo tra campo di concentramento e nazisti, non ci sono uniformi eccetera. È un po’ questo il salto di cui parlavo: qui non c’è la descrizione contemporanea o epocale, c’è proprio un discorso universale e atemporale applicabile non solo ai popoli e alle regioni di tutte le storie, ma soprattutto a tutti gli uomini. Quello che a me interessa è che lo spettatore riconosca sul palcoscenico la storia propria in confronto al proprio tempo e la propria esperienza. È restrittivo parlare di ebrei: anche gli emigranti e tutti i gruppi umani che si trovano ad affrontare una vita non conformata appartengono a questa storia e quindi è il nostro confronto che è proprio tremendamente attuale e lo sarà sempre finché l’uomo progredirà e cercherà sempre una dimensione che non è di stasi».

Noi italiani abbiamola fortuna di non avere l’ostacolo linguistico: il libretto sicuramente suggerisce delle informazioni e delle suggestioni che possono condizionare esteticamente un regista, oppure è la musica che la trasporta?

S.P: «È sempre e solo la musica perché c’è un grande che supera i tempi e gli spazi. Io lo dico sempre: è molto nocivo, in opera, seguire il testo perché è pleonastico e si arriva alla tautologia per tante ragioni. Quando la messa era in latino c’erano il mistero, la forza e la sacralità; questa epoca nostra è tremendamente crudele perché spiega e fa vedere tutto, è verbale. L’opera invece, secondo me, ha la sua forza nella meta-verbalità, in tutto ciò che non è detto. Poi il testo è un riferimento da cui io parto e che naturalmente è fondamentale ma l’energia non si trasmette attraverso le parole».

Nella lirica noi viviamo di rendita per quanto riguarda i libretti e la musica, oggi sembra che sia stato preso il posto dall’opera rock e dall’opera pop, eppure voi registi avete una grandissima responsabilità nel portare l’opera lirica tradizionale alle nuove generazioni.

S.P.: «Io mi sono sempre impegnato in questa direzione: il mio linguaggio si riferisce o a un pubblico estremamente sofisticato e con una grande capacità verso i riferenti all’arte contemporanea o al cinema ma il pubblico che mi interessa di più è quello vergine e immediato, che non ha la capacità di filtrare attraverso il concetto e il riferimento, privo di sovrastrutture e che nel futuro cercherò di più. Qual è il senso di ascoltare Nabucco e Verdi oggi? la partitura è eterna, la sua interpretazione non lo è, anzi è transeuntem, dipende dal gusto, dall’epoca, dal momento, dalla sensibilità. Vent’anni fa ci piaceva vedere un Nabucco sontuoso e opulento, uscivamo dagli anni ’80, la moda fioriva. Oggi Verdi cosa ci porta? Lui era il rappresentante del Romanticismo e della fede in certi valori etici ed estetici che oggi abbiamo perduto ma possiamo trasformarli e sentirli con la nostra sensibilità. Questo è uno spettacolo in cui è negato ogni effetto, tecnologia e sovrastruttura ed è anche una forma di protesta contro tutta questa saturazione di informazione a cui siamo costretti nel cinema, nell’informazione e nella pubblicità ma anche alla violenza di questi tempi che sono estremamente difficili e crudeli. Le ultime due generazioni hanno vissuto quello che nell’arco dell’umanità succedeva in 3-4 secoli, per cui l’uomo non è preparato».

Lei lavora e ha lavorato tantissimo all’estero: quali sono i paesi dove c’è il pubblico giovane e più interessato e che trova più spesso preparato?

S.P.: «L’Austria è sempre per me un riferimento fondamentale, perché è stato privilegiato: sempre molti giovani ma anche, molto interessante, una categoria molto anziana che mantiene quell’interesse anche per una scenografia molto ardita e questo è un altro dato da registrare. Non mi serve nemmeno un pubblico di anziani che per abitudine si siede e va avanti con lo stesso cliché. Io sono stato via dall’Italia e sono tornato nel 2008 con la “Thaïs” a Torino però, nella mia esperienza il pubblico italiano è quello più abituato all’abitudine, che è il peggior male. Non importa il classico o il moderno o la falsa modernità che va di moda oggi: l’esplicito, la pornografia, funziona».

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