NR. 05 anno XXVI DEL 31 GENNAIO 2021
la domenica di vicenza
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Tutto Paolo Rossi

Il comico confida che lo spettacolo, presentato a Schio, è nato da un sogno, ma parla anche di cabaret, televisione, di politica, di giovani e di censura

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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“L’amore è un cane blu”

Standing ovation ieri sera al Teatro Astra di Schio, dove è andato in scena lo spettacolo “L’amore è un cane blu” di e con Paolo Rossi, con le musiche di Manuele Dell’Aquila eseguite dal vivo dall’orchestra I Virtuosi Del Carso. La pièce è un racconto avventuroso di alcuni personaggi che si intrecciano tra di loro, si perdono e si ritrovano grazie a delle occasioni surreali e comiche raccontate con la verve che contraddistingue Paolo Rossi alternata a una forma di presentazione simbolica e molto poetica in cui i veri protagonisti sono i luoghi e le leggende locali. La musica è splendidamente eseguita dal gruppo sul palco e si alterna con brani inediti e famosi riadattati per l’occasione. Uno spettacolo in cui le vicende si susseguono come delle continue parentesi che poi vengono riprese e riallacciate tra di loro in maniera molto originale e mai noiosa: lo stile è quello della “finta improvvisazione” e del coinvolgimento diretto del pubblico, per esempio con un intervallo inesistente in cui gli artisti mangiano il minestrone e approfittano del tempo a disposizione per invitare il pubblico a partecipare ai casting per la realizzazione del film.

 

“L’amore è un cane blu” (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il titolo di questo spettacolo arriva da un sogno che lei ha fatto e poi ha scoperto che è una leggenda realmente esistente, è stata una cosa premonitrice!

Paolo Rossi: «Sono coincidenze che ti fanno capire che sei sulla strada giusta, quando due segni così vanno a coincidere, perché se avessi prima conosciuto la storia e poi fatto il sogno sarebbe stato diverso! Invece è accaduto il contrario, il ché non vuol dire che magari questa storia non la conoscevo già».

Magari non se la ricordava.

«Sì, può essere».

Quindi questo è uno spettacolo legato alle origini, però per la maggior parte della gente lei è un attore milanese.

«Quelli di Ferrara dicono che sono ferrarese perché ho vissuto lì molto tempo, quelli di quelle parti sanno che sono nato lì, in realtà siamo abbastanza nomadi e non è un ritorno alle origini perché l’origine è continuare a girare. Sono andato lì, sul Carso, Trieste, Istria, Slovenia, perché avevo bisogno di raccontare una storia di coraggio e di fatti di coraggio e le storie che mi avevano raccontato da ragazzo, di confine, tutto il secolo scorso dalla Prima alla Seconda Guerra Mondiale (e anche dopo, perché è durata un po’ di più la guerra), sono piene di fatti e di aneddoti in cui la gente improvvisamente deve dimostrare il suo coraggio e credo che il coraggio sia un coefficiente molto importante per fare politica oggi. Questa è una storia di amore, ma anche di politica, un po’come il film “Film d’amore e d’anarchia” che parlava di una storia d’amore, ma anche di politica attraverso i rapporti tra le persone».

In Friuli è molto sentito il problema della lingua e del mantenimento della stessa: quanto la lingua ha influenzato il processo creativo di questo spettacolo? Tra l’altro lei ha anche di musicisti sul palco.

«È un western balcanico, quindi c’è questo strano mood di contaminazione tra il western; la chiave dello spettacolo sono appunti per un film, con la colonna sonora, diventerà effettivamente un film o qualcosa del genere. A parte che è Venezia Giulia quella e sono due lingue diverse. Il problema della lingua lì è molto sentito, poi qui nel’orchestra ci sono musicisti croati, sloveni, triestini, c’è un pugliese, Manuele Dell’Aquila che mi accompagna da una vita, e loro conoscono la l’italiano e noi non conosciamo la loro lingua, perché alla fine noi italiani siamo fatti così».

“L’amore è un cane blu” (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Lei si occupa da sempre di teatro popolare e più di una volta ha subito delle censure: ma il teatro popolare non dovrebbe essere quello più vicino alla gente (che poi la gente sono anche le istituzioni) quindi quello più radicato nei costumi, nel modo di essere delle popolazioni?

«Io la censura non l’ho avuta in teatro, a parte una volta».

In televisione.

«Mah, lì la televisione ha a che fare con le istituzioni, con le clientele, con la mediocrità dei funzionari. La vera censura che hanno fatto in questi anni è stata alle nuove generazioni: io quando mi censuravano avevo sempre un riflettore, un microfono e una telecamera e lì mi hanno censurato, alle nuove generazioni hanno fatto una censura preventiva perché non hanno fatto neanche in tempo a dire qualcosa perché non hanno spazi, non hanno maestri e la censura avvenuta in maniera preventiva».

Una domanda che faccio spesso, perché un problema sentito da molti attori di teatro: molti artisti vengono alla ribalta grazie alla televisione e poi vanno a teatro e si vede che sono bravi. una volta si faceva teatro in tv e lo si faceva bene perché c’erano delle produzioni mirate a tradurre il teatro in linguaggio televisivo. Oggi questo non esiste, c’è lo scotto del cabaret o, al limite, della fiction.

«Dipende da molti fattori e dallo snobismo dei teatranti che sono autoreferenziali e che vivono molto spesso in una torre d’avorio, nel loro mondo, e che pensano che portare il teatro in televisione sia sminuire il teatro. Non è solo un problema di dirigenti della RAI che non hanno queste idee o che non promuovono questi fatti, c’è anche una resistenza, o meglio, un non applicarsi nel declinare il teatro in una forma televisiva come è stato fatto negli anni ‘50-’60».

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