NR. 07 anno XXI DEL 27 FEBBRAIO 2016
la domenica di vicenza
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Anche nel 21° secolo Zeno ha ancora una coscienza

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Anche nel 21° secolo Zeno ha ancora una coscienza

Quando lui si descrive come voce narrante sembra avere un giudizio più lucido e distaccato, come se lui fosse spettatore di se stesso e la psicanalisi fosse solo uno strumento di osservazione. Perché Zeno, così intelligente e osservatore, non riesce a scuotersi dall’interno? Sembra rimanere avulso dalle emozioni forti e profonde anche davanti alla perdita dell’amante che dice di amare tantissimo, o alla guerra alla quale sembra delegare la distruzione che forse vorrebbe dare alla sua stessa vita.

«Il racconto parte con la sua età ormai avanzata e sono tutti ricordi che lui vive da giovane, poi esce dal personaggio e racconta con ironia staccata quello che lui è, ormai alla fine. Lui è timidissimo e se lo ricorda, poi il ricordo, anche se avviene senza soluzione di continuità da una scena all’altra, cambia moltissimo perché un conto è il racconto di quello che è successo con ironia e distacco e un conto è quello che succede nella sua vita e nel ricordo che lui vive. Alla fine prende in mano le redini della sua vita: lui sembra apparentemente distaccato dalla vita, noncurante, poco impegnato eccetera, ma mette a frutto la sua intelligenza, si trova ad un certo punto in una posizione ideale perché butta via le sue scorie di incertezza e trova la sua strada attraverso gli eventi che gli passano davanti, le disgrazie che vede negli altri e piano piano acquista questa maturità».

Anche nel 21° secolo Zeno ha ancora una coscienza (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Questo spettacolo è tratto da un romanzo. Spesso si discute sulla problematica delle riduzioni teatrali dai romanzi, eppure, pur essendo molto parlato, scorre davvero velocemente, regge bene.

«Questo è il grande merito di Tullio Kezich, adattatore, morto da poco, grande critico cinematografico, lo conosciamo tutti, ha scritto anche altri testi teatrali, però i due che hanno avuto grandissimo successo sono questo e “Il fu Mattia Pascal”, anche quello pressappoco in quell’epoca e di introspezione, ma sono due e lavori completamente diversi: uno si integra nella fine e prende in mano gli strumenti della vita che ha intorno e attraverso quelli vince, l’altro cerca una fuga completa e il totale annullamento della sua identità per poi rientrarci a forza. Però è uno che ha sempre parlato chiaro: Kezich sa benissimo la difficoltà di prendere in mano il romanzo e farlo diventare uno spettacolo teatrale, è una difficoltà improba difficilissima e quasi impossibile da realizzare. Lo dice nelle prime due pagine del nostro programma, in cui spiega le difficoltà di trarre una commedia o un’opera teatrale da un romanzo e lui dice che ha intravisto la possibilità, ha preso l’essenza e la struttura essenziale, perché nel romanzo cambia: è il dottore che si vendica e pubblica questa cosa, era complicato, qua parte dalla seduta e procede con delle scansioni temporali precise e logiche in modo che il pubblico possa fruire perché invece nel romanzo passa di palo in frasca ed è molto più confuso, forse più affascinante. Lui in questo modo è riuscito bene, mi dicono sempre tutti che si riesce a seguire benissimo».

Lei fa teatro da sempre, ha lavorato con Strehler e Zeffirelli, a 23 anni venne al Teatro Olimpico a recitare Sartre e per quella interpretazione vinse un premio. Oggi vediamo molte rivisitazioni, anche profonde, di testi classici. Secondo lei che strada prenderà il teatro di narrazione nei prossimi anni, sia dal punto di vista dei contenuti che degli allestimenti? il pubblico è molto cambiato e per esempio non è più abituato ad un testo integrale di più di tre ore o 4 ore.

«Anche lì è l’ambiguità del mondo e dell’uomo: se andiamo a vedere certi testi di un certo tipo di avanguardia, quella che oggi l’intelligencija porta avanti, spettacoli interminabili di 5 o 6 ore, c’è tutto un mondo culturale che sostiene questo teatro, poi che il pubblico ci vada è un altro discorso, vanno gli amici degli amici o quelli interessati veramente, e poi c’è un teatro come il nostro in questo momento, perché io non faccio solo questo, che è un teatro fatto bene, con talento, professionalità enorme, grandi testi e che funziona benissimo. In un momento di crisi è chiaro che un testo così che ha un sua chiamata, attori e regia di Scaparro, che è uno dei grandi nomi del teatro italiano, fanno sì che ci sia successo e che il pubblico dica: “finalmente uno spettacolo decente”. Poi vedono altre cose che sono altrettanto importanti, non è che possiamo fare solo questo teatro o fare Pirandello sempre o Shakespeare».

Però Shakespeare viene molto rimaneggiato, Pirandello ancora no.

«Ma è impossibile: intanto partiamo dall’idea che Shakespeare, in Inghilterra molto difficilmente riescono a stravolgerlo perché per loro il verso di Shakespeare è santo, sacro e intoccabile, per cui riescono ad essere moderni pur dicendo i versi di Shakespeare e questo è uno sforzo maggiore per chi deve mettere in scena lo spettacolo. In Italia, per fortuna, abbiamo il filtro della traduzione e questo ci dà un’enorme possibilità, in tutto il mondo a parte i paesi anglosassoni, perché siccome Shakespeare tocca tutti i grandi temi dell’umanità a livelli talmente alti è considerato un classico che è attuale sempre. Questa cosa dà la possibilità, con la tradizione, di portarlo in abiti moderni e di adattarlo oggi alla nostra società e ben vengano, io sono d’accordissimo con queste trasposizioni».

 

www.artisceniche.com



nr. 09 anno XVIII del 9 marzo 2013

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