NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Storie di preti, crisi comprese

Intervista a Giuliana Musso che ha portato in scena la sua pièce in cui racconta i percorsi differenti di 3 preti e i diversi modi di affrontare le difficoltà, le sofferenze del sacerdozio

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Giuliana Musso

Calorosa accoglienza e applausi a scena aperta all’Astra di Schio questo week end per Giuliana Musso l’attrice e autrice che con la sua nuova pièce “la fabbrica dei preti” racconta le difficoltà dei seminaristi degli anni ’50 impersonando da sola 3 preti diversi che raccontano la loro esperienza esprimendo con delicatezza,energia e intelligenza tre modi completamente diversi di affrontare la difficoltà di un vero e proprio annullamento affettivo che si ripercuote nell’età adulta e nell’inevitabile contatto con il mondo esterno. Abbiamo approfondito l’argomento con Giuliana Musso.

La tua pièce parla dei preti attivi negli anni ’60. Perché gli anni ‘60 e non oggi?

Giuliana Musso (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Giuliana Musso: «Io parlo di quelli che sono usciti negli anni ‘60 e che quindi erano piccoli negli anni ‘50, la generazione dei miei genitori. È un momento secondo me spartiacque e paradigmatico del percorso della cultura e dalla norma da cui tutti noi deriviamo e quel momento in cui c’è una messa in crisi della norma che fa rivelare alcuni paradossi e contraddizioni interne e che ci aiuta a focalizzare di che cosa è costituita questa cultura. Poi perché sono sufficiente mente vicini per potercisi rispecchiare e sufficientemente lontani per poter diventare epici».

Parli dei preti sposati o comunque di quelli che si innamorano, che si confrontano con il loro essere individui ed esseri umani. Come mai ha parlato dal punto di vita degli uomini? Molto spesso si parla delle donne che vengono viste come delle disfattiste e delle avventuriere.

«Io ho già fatto uno spettacolo quasi tutto sugli uomini, che è Sex Machine. Io credo che il modello maschile sia quello sul quale bisogna più discutere, parlare e interrogarsi perché credo che il maschio sia l’anello debole della catena: sono più separati dai corpi, hanno un processo cognitivo limitato da migliaia di anni di patriarcato che li ha separati. Il modello maschile che per migliaia di anni ha condizionato gli uomini è fondato sulla dominazione e anche nel loro processo cognitivo (i maschi come genere, non come individui, perché siamo tutti diversi e bisogna essere molto precisi quando si parla di queste cose), come genere, categoria, hanno subito un modello che gli ha imposto una separazione dai sentimenti dalle emozioni, da tutte quelle pratiche di accudimento e di cura e questa cosa li rende molto più fragili rispetto alla vita e alla loro sicurezza ontologica. Le donne hanno un radicamento diverso proprio perché per millenni sono state relegate ANCHE in ruoli di accadimento, di rapporto coi corpi e le relazioni».

Nel racconto che tu fai si vede che questi bambini venivano mandati in seminario da piccoli: per quale motivo?

«Molti bambini venivano affidati ai preti perché le condizioni delle famiglie erano così gravi che comunque era un mezzo di sostentamento per queste creature».

E queste famiglie accettavano che il sistema clericale quasi marziale che tu descrivi li assorbisse completamente nell’affetto al punto di fargli rifiutare la famiglia perché era qualcosa di esterno: su cosa facevano leva? Sul timore del castigo?

«Io penso che per tanti genitori fosse un modo di rispondere a un loro desiderio di mandare i bambini in seminario, era una cosa importante: essere sacerdoti era qualcosa di sopra degli uomini; c’è un motto latino che dice che il chierico è estratto dagli uomini, educato e preparato alle cose di Dio per Dio. Questa sera ho incontrato un sacerdote di quella generazione lì che mi ha detto che anche lui ha sentito come molto grave, per la sua vita, la separazione dalla famiglia, che è stato separato per anni e non ha potuto vedere la sua famiglia perché pensavano che fosse una minaccia per la loro vocazione. In un contesto culturale in cui anche le persone laiche e non religiose vivevano una forma di condizionamento del proprio sistema morale e giudicavano in maniera diversa quello che giudichiamo noi, per cui la separazione del bambino per il suo bene. Come faccio a dire a quel prete: aver convinto queste donne che l’amore per un dio astratto valeva di più, per un bambino, di quello della madre. Il corpo, le emozioni, i sentimenti, le relazioni tra persone, valgono meno dell’ideale astratto».



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