NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
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A lezione di musica

Intervista a Marco Ghiotto per il quale la storia della musica dell’ultimo mezzo secolo è lo specchio generazionale più fedele per capire dove siamo andati e da dove partiamo

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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A lezione di musica

Il 29 giugno alle ore 21, al castello di Arzignano, lo scrittore e critico musicale Marco Ghiotto sarà protagonista insieme a Morgan, suo ospite, di una lezione spettacolo dedicata alle diverse forme della musica contemporanea. Marco Ghiotto da alcuni anni tiene corsi di storia e critica della musica che riscuotono un grandissimo successo ed è da sempre un attento osservatore dei fenomeni sociali e culturali espressi attraverso il linguaggio della musica. Lo spettacolo si chiama “Altre forme di musica”, i biglietti sono disponibili sul circuito vivaticket. In caso di maltempo lo spettacolo andrà in scena al Teatro Mattarello. Abbiamo incontrato Marco Ghiotto per capire cosa vedremo nello spettacolo di domani da lui ideato.

 

Tu fai i corsi di storia e critica della musica contemporanea: questa attività è partita da questo libro che si chiama “Pop life, breve storia del rock attraverso testi e tematiche”.

Marco Ghiotto: «Il libro è andato abbastanza bene, le interviste, la pagina su Repubblica e altri articoli, su alcune bibliografie c’era il mio libro. Nel piccolo tour di presentazione che avevo fatto ho cominciato a farmi l’idea che fosse anche un approccio generale per le scuole e i teatri. Da lì ho cominciato a fare seminari e incontri perché secondo me la musica deve essere una materia da mettere nelle scuole. Nei miei corsi io parto da Bach e parlo di musica classica, molto di jazz, avanguardie».

Morgan (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Almeno nel ‘900 viene usufruita principalmente da addetti ai lavori, appassionati, quello che viene definito appunto il pubblico di nicchia.

«Sì, ma l’intento mio è quello di far capire ai ragazzini che non puoi studiare il Vietnam se non conosci Bob Dylan e il Greenwich Movement, così come non puoi capire completamente l’impressionismo se non studi Debussy. Dare accesso alla materia per far comprendere che sociologicamente, storicamente e artisticamente, la storia della musica degli ultimi 50 anni è forse lo specchio generazionale più fedele per capire dove siamo andati e da dove partiamo. Anni ’50, boom economico: se uno non si addentra nel rock ‘n’ roll non ha il quadro pieno. Stiamo parlando di una componente che diventa fondamentale quando la spieghi in un certo modo».

Tu parli di diffusione e divulgazione, lo fai attraverso due canali: la parola scritta e quella spettacolarizzata, con un pubblico davanti. Nel momento in cui fai libro, lezione – spettacolo con un ospite, come farai con Morgan, ti rivolgi a dei target diversi. Qual è secondo te il canale espressivo che può creare più incomprensioni o può essere inadeguato a un target piuttosto che a un altro?

king-crimson-in-the-court (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)«Rispondo con un esempio: spesso capita di andare ad eventi molto importanti, come il concerto di Philip Glass in piazza a Vicenza, gratis, secondo me concerto meraviglioso, che ha avuto la pecca di essere stato dato in pasto al pubblico senza una veicolizzazione dei contenuti. Ci vuole poco in quel caso lì: la sera prima metti uno schermo e proietti Koyaanisqatsi, 10 minuti con un critico che ti spiega, cose che diventano fondamentali quando ne senti la mancanza. Questo tipo di approccio cerco di metterlo dovunque senza essere elitario, cercando di essere sempre abbastanza leggero, in senso calviniano del termine, prendendo molto sul serio quello che faccio ma non prendendo sul serio per forza me, nel senso che quando sei davanti a una persona questo concetto di apprendere e divertirsi contemporaneamente deve essere fondamentale. Lo fanno in pochi però un po’ sta cominciando: Morgan per esempio a me interessa perché a X factor ha il merito che una volta senti Piero Ciampi, una volta Modugno, King Crimson, gli Ultravox. Il messaggio arriva quando qualcuno torna a casa, accresci la curiosità di una persona quando gli dai degli stimoli per andarsi a studiare lui, ascoltare lui, comprare lui. Con i ragazzi succede ma non come piacerebbe a me, soprattutto nelle scuole lezioni che faccio sono viste come: “domani non c’è tedesco perché viene Ghiotto».

C’è una proposta con dei linguaggi effettivamente diversi, che target è?

«Quello che è più difficile da trovare, cioè delle persone curiose che vogliono saperne un po’ di più e vogliono vedere qualcosa dietro alle solite proposte di facciata. Esiste e si autoreferenzia nel momento in cui si accorge che gli stai dando qualcosa di cui non sapeva l’esistenza. Gli aneddoti: la V di Beethoven inizia con 3 Sol e un Mi. Oppure inizia col famoso destino che bussa alla porta. Già un esempio del genere ti fa capire come dietro alla composizione, alla teoria e alla biografia ci siano dei piccoli risvolti che ti portano ad entrare più nell’opera».

Quando mettevamo un disco sul piatto, lo vivevamo tutto dall’inizio alla fine, ora questa cosa non esiste più, tutto è fruibile singolarmente, i ragazzi non hanno una visione di chi è quell’autore o quel gruppo se non per poche canzoni che molto spesso, all’interno di un album, sono le uniche che si salvano.

«Anche questo è un problema di progresso e tecnologia. Non è mai il media in sé sbagliato, è il perderne il controllo perché più lasci andare la libertà meno, di fatto, paradossalmente, ottieni dai tuoi stimoli. La proposta ha diminuito la qualità perché nel 1980 uscivano 1000 all’anno, su quei 1000 avevi facilità a trovarne 100 che erano buoni, su quei 100 ce n’erano 50 buonissimi, molto spesso tra i 50 ce n’erano molti che andavano in testa alla classifica e che diventavano storici. Adesso i dischi sono 100 mila, per dire, quindi è molto più difficile andare a cercare la qualità».

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