NR. 07 anno XXI DEL 27 FEBBRAIO 2016
la domenica di vicenza
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La musica va servita... al dente

Apprezzata performance nell’ambito di Festambiente di Don Pasta, scrittore e dj, che segue i tempi di “cottura” per presentare il suo racconto e la sua musica

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Food Sound System

Il tradizionale appuntamento estivo con Festambiente quest’anno si è concluso con la performance di un artista insolito che mette insieme il linguaggio della musica, del teatro e della cucina: Daniele Di Michele in arte Don Pasta. Economista, scrittore e dj collabora con La Repubblica, Smemoranda, Slow Food e ha lavorato anche con Paolo Fresu e David Riondino. Il suo spettacolo è una live performance in cui i tempi di cottura coincidono con il racconto, i ritmi della musica e del cucinare si fondono in un unico suono ( la carne che sfrigola nella padella si mixa con il suono delle spazzole sulla batteria). Salentino ma residente in Francia da anni, Don Pasta presenta il suo spettacolo in vari paesi del mondo e in ogni luogo si accompagna con musicisti diversi e del posto. La particolarità dello show, che si chiama Food Sound System, che è poi diventato anche un libro seguito da altri, è che il pubblico usufruisce pienamente dell’esperienza: il palcoscenico è funzionale solo alla visibilità perché poi Don pasta, dopo aver raccontato la storia dell’origine del Negramaro e delle melanzane alla parmigiana di sua nonna, forse vera protagonista, vive e condivide con gli altri il suo background affettivo attraverso il cibo che ha preparato, scendendo dal palco e offrendolo al pubblico.

 

Food Sound System (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Ho visto sul tuo sito degli articoli su Le Monde, ci sono tanti festival in Francia di cibo e musica: Foodstock Cooksound, Mix en bouche. In Italia no però.

Don Pasta: «No in Italia no, in Francia è diventato un fenomeno di moda tutto a un tratto».

Tu dici che la parmigiana della nonna ha un legame con John Coltrane, perché il ritmo della batteria è lo stesso ritmo del coltello della nonna. Ironizzando, però c’è effettivamente una caratterizzazione molto forte nei territori che si esprime nel cibo e nella musica; forse più che nella lingua?

«Questa cosa è nata proprio dalle 3 cose insieme: la parola mangiata, mangiando, parli della cucina per dirti le cose. La musica c’è sempre stata: le comunità si costituivano mangiando, bevendo e cantando. Al di là di quello che cucini, il discorso è: “Perché cucini e perché lo offri?”. Questa cosa per me è stata la più importante lezione che ho imparato da giù, cioè tu hai delle funzioni sociali che la religione ha appreso attraverso il gesto del dare l’ostia e il vino, che ci sono sempre state. Tu per costruire le comunità, a prescindere dalla religione che le ha codificate, offri da mangiare col vino e con la musica, perché queste cose da sempre sono state lo strumento».

L’elogio della pizza di “da Michele” a Forcella: “Perché tutte le pizze non hanno niente a che fare con quella napoletana?” È come chiedersi il significato del monolite di Kubrick! Sei riuscito a darti una risposta?

«No! Non c’è purtroppo!Che devi dire? Poi io mi scanno sempre coi “fighettini” della cucina: pare che ora il miglior pizzaiolo stia a Verona, non le capisco quelle cose! tu vai a Napoli, a Forcella…».

Poi in quella zona c’è lo scontro tra titani.

«Sì: Sorbillo, Di Matteo, ma sono un “micheliano” poi io le ho provate tutte e sono tutte clamorosamente buone!».

Tu fai anche l’elogio della cozza cruda, dello strutto per i dolci, tutte cose che sono uscite dall’utilizzo, perché lo strutto non è più permesso, le cozze chiaramente sono comunque un pericolo e dici che nelle scuole, ed è vero, non si possono più portare le torte fatte in casa. Quanto incide la sicurezza sull’educazione alimentare, secondo te? In Francia com’è?

«È una norma europea. Io davvero non so che dire: a Otranto avevamo una ricottara che faceva le ricotte più buone del mondo, adesso per fare la ricotta ci vogliono dei permessi comunitari “mostruosi” che ti costano una palata di soldi e quelli che la facevano prima non possono più farla. Non c’è più quel gusto, quel sapore, perdi tutto. C’è un misto tra la malafede delle lobby anglosassoni che impongono delle regole sanitarie surreali e al di là di quello hai tutta una serie di cose che mostrano quanto cercano di togliere. La cosa che mi spaventa è che noi abbiamo avuto delle regole di comportamento, nel mangiare e in cucina, che sono dettate dal buonsenso universale della gente comune: non è che c’è l’intellettuale o l’agronomo per darti le regole, venivano da un passarsi l’informazione millenario. Questa cosa viene rotta ad un tratto da un meccanismo che non ha niente a che fare con l’equilibrio delle persone; a quel punto tu togli il meccanismo attraverso cui tu costruisci una conoscenza collettiva, interrompi quel flusso di informazioni e non permetti più che la conoscenza sia nelle mani delle persone. La cosa che mi rompe è che appena parli con qualcuno di cucina comincia a parlarti di cose tecniche, pistacchio di Bronte e robe da sommelier, a quel punto di che stiamo parlando? Questo è un discorso che chiunque riconosce: questo spettacolo ovunque possa farlo, tra i bambini di 5 anni, quelli di 90 anni, che tu stia in carcere, in periferia, ha sempre lo stesso effetto perché racconta una cosa. Non è che ho fatto uno studio, ho imparato queste cose da gente che non aveva studiato niente. Ho avuto la fortuna di vivere in un luogo “sottosviluppato” in legame con migliaia di anni di storia, quindi tu puoi raccontare che nel momento in cui tu schiacci l’aglio e fai il soffritto non ci sono barriere, non c’è un giudizio sulla persona. Una cosa che ho scritto nella prefazione del libro è che noi avevamo, ad Otranto, un tossico (come i qualsiasi posto, negli anni ‘80 qualsiasi paese in Italia era distrutto dalla tossicodipendenza). Uno dei più tossici ora è il fruttarolo che vende la frutta alle vecchiette. Allora tu immaginati un paese dove ognuno sa ogni cosa e quindi avrebbe tranquillamente capacità di giudizio su questa cosa che è la più grave e la più drammatica: questo tipo da 10 anni ha la sua aspetta nella piazza, tu lo vedi che si è distrutto la vita, e c’è una guerra di tutte le vecchiette per avere le uova di questo, lui deve nascondere le uova nel cruscotto dell’ape! Questa è la cucina: tu sospendi il giudizio».

Food Sound System (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)



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