NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Un Galileo irremovibile, ancorato al terreno

All’Olimpico Nekrposius al termine di un workshop di 6 giorni ha portato una rilettura dell’opera di Brecht che mostra un Galileo tutto preso dal cielo e da ciò che accade lassù

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Alessandro Lombardo

Prosegue il 66° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza diretto dal regista lituano Eimuntas Nekrosius, questa settimana con un workshop di 6 giorni dedicato ad una famosa opera di Bertolt Brecht, “Vita di Galileo” la cui restituzione è andata in scena in due repliche questo week end. Nella parte di Galileo c’è Alessandro Lombardo, attore di teatro che ha già lavorato precedentemente con Nekrosius in altre opere teatrali. Sul palco giovani attori selezionati appositamente. Una pièce breve di circa 6- 7 scene dalle originarie 15 che risultata molto intensa e ricca, carica di simboli e di segni, con musica eseguita dal vivo. Abbiamo incontrato l’attore protagonista con cui abbiamo analizzato la restituzione del workshop.

 

Alessandro Lombardo (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Il testo è stato riscritto più volte da Brecht e qui vengono portati i punti essenziali. Ad un certo momento viene detto che la matematica non è necessaria come la filosofia e la teologia. A fare da trait d’union tra l’approccio scientifico e quello religioso mi sembra che Nekrosius metta l’ironia: la scena allegorica delle lotte di potere, tra l’altro nello stesso ambito ecclesiastico, perché la scienza non assolutamente contemplata come potere, dove mette sul ring il papa e l’inquisitore con tanto di telecronaca e il cupolone rappresentato da un ombrello con sopra una croce di alluminio da cucina e gli attori sopra le sedie che sembrano fare il colonnato del Bernini.

Alessandro Lombardo: “Direi che hai azzeccato tutto, aggiungerei che il papa nel testo c’era anche in una scena prima, lui ha fatto una selezione di scene perché è un workshop di 6 giorni e per trasmettere alcuni aspetti essenziali. Il papa difende il fatto che Galileo è il più grande scienziato del tempo, che ha molti amici potenti ed estimatori in Europa. Storicamente sembra che Barberini ce l’avesse con Galileo pesantemente però nello scontro è interessante perché dice che non possiamo metterci contro la tavola pitagorica, cioè contro l’evidenza delle cose, poi non puoi nemmeno dire che diamo ai naviganti le mappe stellari fatte da lui che si basano sulla teoria eliocentrica. C’è effettivamente uno scontro da cui risulta vincitrice la chiesa più che il papa perché anche l’inquisitore non perde. Vince il papa perché vince la chiesa anche se difende l’aspetto scientifico”.

Vediamo che Galileo sta quasi tutto il tempo sul materasso, mi sembra che questa raffigurazione possa richiamare la solidità del legame tra oggetti e terra, la forza di gravità e di attrazione. Poi Galileo ha le scarpe rosse come i papi. Ci spieghi queste scelte?

Alessandro Lombardo (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)“Lì molte sono scelte di Nekrosius: io ho fatto altri lavori con lui e per molte cose un mio senso l’ho trovato dopo un po’ che le facevo e ci ragionavo. Lui è un genio e ha molto rispetto degli attori. Una cosa che fa sempre è di spronarci a non sentirsi appagati e continuare a cercare perché dice che gli attori sono coautori. Però è chiaro che tutto questo lo fai dentro a una “cornice contenitore” che è la sua immagine e visionarietà e là dentro tu cerchi. È un lavoro molto corale, non è che lui spieghi tutto quello che fa ed è anche interessante per quello. Mi è capitato di sentire dei commenti e delle interpretazioni molto diverse tra loro e quella è la cosa moto bella del suo teatro: è che divide molto; poi lui non è interessato a sottolineare gli aspetti evidenti: alcuni sono più evidenti come l’ombrello per fare la cupola di San Pietro, col cronista che dice: “il papa abbandona la piazza!”“.

La storia è reale e decisamente avvincente, un testo ricco di concetti, la regia di un grande maestro del contemporaneo, in un posto come l’Olimpico: sebbene la pièce sia abbastanza breve è davvero ricchissima di segni per lo spettatore. Trattandosi di un workshop immagino sia stato davvero estenuante concentrare tutte questi aspetti in così poco tempo: prima del debutto vi siete chiusi in teatro dalla mattina presto e subito dopo Nekrosius vi ha riuniti per il briefing. Tu hai già lavorato con lui in altre occasioni: è così totalizzante anche in opere teatrali che dispongono di tempi di preparazione più lunghi?

“Assolutamente, è uguale. Il tempo non è mai abbastanza anche perché non finisci mai. Nelle due produzioni che ho fatto con lui abbiamo provato due mesi, so che per la Divina Commedia hanno provato 9 mesi: lui non è un confezionatore di spettacoli, è uno che cerca un senso attraverso qualcosa di impalpabile. E poi lascia molta responsabilità agli attori: magari fai 8 ore di prove poi ne fai altre 4-5 di lavoro individuale o con altri per provare delle scene o per cercare quell’oggetto che ti serve o quel pezzo di costume che ti manca. Lui è molto contento quando vede che gli attori sono in una dimensione creativa e non solamente di replica delle indicazioni che il regista ha dato e questo vale anche per gli oggetti che usi. L’importante è cercare dentro il fiume della stilistica dello spettacolo, io ho lavorato con molti registi ma lui è quello che io considero il mio maestro perché lui è quello che mi ha fatto vedere che le cose non sono per forza solo quello che sembrano ma che le cose più interessanti sono anzi da trovare proprio in quello che non vedi subito”.



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