NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Dalla poesia alla canzone

Mario Biagini parla dello spettacolo presentato nell’ambito del laboratorio sulle forme di teatro e sulla teatro terapia. All’Olimpico un concerto messo a punto dal centro che si rifà ad uno dei registi più rivoluzionari del ‘900 Jerzy Grotowski

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Open Program del Workcenter

Questa anno il Laboratorio Olimpico, oltre le conferenze sul tema della catarsi riguardanti le varie forme di teatro e la teatro terapia e il convegno di Rete Critica con l’omonimo premio, ha ospitato la compagnia Open Program del Workcenter di Jerzy Grotowski e Thomas Richards che lo stesso Grotowski fondò a Pontedera. Grotowski è stato un regista teatrale considerato tra i più rivoluzionari e influenti del ‘900 e a portare avanti il centro c’è anche il direttore associato Mario Biagini, regista e attore che con il gruppo di artisti internazionali Open Program ha presentato sul palco del Teatro Olimpico un concerto dal titolo “Not History’s Bones- a poetry concert” in cui le poesie più famose del poeta americano Allen Ginsberg vengono proposte in forma di canzone. L’evento ha aperto la stagione di Thama Teatro ed è stato molto apprezzato dal pubblico.

Questo spettacolo è un concerto. Come vengono utilizzate le tecniche del metodo di Grotowski in uno spettacolo di questo tipo?

mario_biagini (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Mario Biagini: “Mi spiace doverti deludere ma Grotowski ha sempre detto che non esiste nessun metodo! Ogni persona è diversa e se vuoi lavorare con queste persone a un certo livello devi porti di fronte a loro pari a pari e cercare di vedere se ci sono degli interessi in comune. Una sorta di esplorazione e aspettare finché non succede qualcosa e la persona o l’attore SCOPRE qualcosa che per lui è vitale e importante e poi trovare la maniera di articolare tutto questo in modo che sia percepibile allo spettatore e che arrivi a un certo livello di oggettività, che non resti qualcosa solo di soggettivo. Per fare questo non ci sono vie tracciate. Ogni persona ha il suo metodo, però è un lavoro che prende anni e che deve arrivare in ogni caso a una competenza e a una maestria di te stesso in scena, per cui non tutti sono artisti. Non solo, c’è anche un altro discorso: pensa a quanti quadri vengono dipinti ogni giorno nel mondo, qual è la proporzione tra le croste e quegli oggetti che nel momento in cui ti trovi di fronte ad essi in qualche modo ti scompigliano l’anima?”.

Però ciò che può scompigliare l’anima può essere dato da dei condizionamenti culturali prendo una canzone di un cantante X, diciamo Vasco Rossi, che magari smuoverà il cuore di milioni di persone, ad altri interessa di più uno come Battiato, per dire due cose completamente diverse tra loro.

“È vero che esiste, soprattutto al giorno d’oggi, ma penso sia sempre esistito, un fenomeno cioè quello della cultura popolare pop che a volte si incrocia con quello dell’arte. Pensa a un personaggio come Bob Dylan, che è stato una star per anni, oggi probabilmente è un po’ meno seguito, però è un grande artista che quando lo vedi in scena vedi un performer di uno spessore incredibile. Il problema della cultura pop è che è legata a un mercato di massa e il mercato di massa è legato al giorno d’oggi a ciò che ci viene proposto dai mass media come oggetto desiderabile; per cui ci troviamo nella condizione paradossale in cui i nostri desideri non sono neanche più i nostri. Allora è molto difficile parlare di questo anche perché allo stesso tempo, nella cultura pop, esistono molti fenomeni che sono estremamente vitali e importanti e che hanno un senso, pensa all’hip hop in certe comunità americane: è una forma d’arte a volte molto alta”.

Durante lo spettacolo lei ha spiegato che partendo dalle teorie buddiste e krishna seguite anche da Allen Ginsberg, il poeta descrive ciò che la sua mente registra, un movimento della mente generato dalla percezione di ciò che ha intorno. Secondo lei quali sono le forme artistiche più appropriate per trasmettere allo spettatore queste percezioni? È una questione “strumentale”, cioè determinata dal medium utilizzato oppure dipende principalmente dalle capacità dell’artista?

“In arte il problema fondamentale è quello della qualità: purtroppo nel nostro nuovo secolo la qualità è qualcosa che viene spesso dimenticata per molte ragioni, spesso economiche, e viene sostituita con altro. Non è che una forma è più atta di un’altra a trasmettere certe cose; e poi, è vero che l’arte è una forma di trasmissione? Non ne sono sicuro, perché se fosse davvero un problema di trasmissione vorrebbe dire che gli artisti hanno più cose da dire della gente che fa altri mestieri e non è vero. Allora da questo ragionamento arrivo al seguente, cioè che l’ arte non è una forma di comunicazione, è qualcos’altro”.

E che cos’è?

“Faccio questo mestiere da 30 anni e me lo domando che cos’è: so che in qualche modo è una pratica dell’incontro, che la qualità dell’opera d’arte si può dedurre e percepire dalla qualità del’incontro, in questo caso tra gli attori e gli spettatori”.



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