NR. 14 anno XXII DEL 15 APRILE 2017
la domenica di vicenza
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L’Olimpico fa paura e contamina anche Pippo Del Bono

Il regista, affascinato dal teatro e ammirato dal personale che ci lavoro, “anche chi lavoro in ufficio ha il senso dell’arte”, intervistato su “sangue” titolo del film e dello spettacolo che ha chiuso il ciclo dei Classici

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico

ilaria_fantin (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Si è concluso il 66° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico con la direzione artistica di Eimuntas Nekrosius con lo spettacolo “Il sangue” portato in scena da Pippo Delbono insieme a Petra Magoni, laurie_anderson_con_lou_reed (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)cantante dalla voce leggera e potentissima, e alla musicista vicentina Ilaria Fantin. Sul palco anche Bobò, anziano sordomuto che lavora nella compagnia da tantissimo tempo. Delbono, attore e regista di teatro sperimentale e cinema apprezzatissimo anche all’estero, doveva presentare uno spettacolo insieme a Laurie Anderson, ma la performer americana ha dovuto rimandare la collaborazione a causa della malattia del marito Lou Reed, poi venuto a mancare proprio pochi giorni fa. La Anderson riprenderà la collaborazione con Delbono l’anno prossimo per la seconda parte del progetto “Concerti sul cielo e la terra”. La prima parte l’abbiamo vista in prima assoluta all’Olimpico e si rifà all’Edipo re di Sofocle. Abbiamo incontrato Pippo Delbono con il quale abbiamo parlato anche del suo film “Sangue”, presentato a Locarno e che ha suscitato forti polemiche per la presenza del brigatista Giovanni Senzani.

 

RITRATTO__PIPPO (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Da “Birds” a “Blood” a “il sangue”: è travagliata la genesi di questo spettacolo.

Pippo Delbono: “L’arte è travagliata per fortuna: fa parte di un percorso. Poi travagliato perché comunque ha attraversato diverse “zone”: Laurie Anderson ha perso Lou Reed; quindi poi le cose scorrono e probabilmente è giusto così. Bisogna capire che ci sono delle esigenze, da una parte giustamente logistiche, e poi ci sono quelle artistiche. Quando lavoravo con Pina Bausch, lei per togliersi il problema all’inizio lo chiamava “Uno spettacolo di Pina Bausch”; io farei anche così, metterei “Uno spettacolo di Pippo Delbono”! È più semplice no? Non so mai questi titoli perché io entro sempre, quando faccio una creazione, in un vortice in cui effettivamente mi abbandono ai fatti della vita, infatti io non voglio mai insistere sulle cose, le cose hanno un loro perché”.

Lei all’inizio dello spettacolo familiarizza col pubblico o forse fa in modo che il pubblico familiarizzi un po’ con lei.

“Si, è importante secondo me, sempre, in tutti i miei spettacoli: ci guardiamo, vediamo dove siamo. Un po’ Brecht, siamo qui, partiamo”.

Una volta ho visto uno speciale su di lei: facevano vedere lo spettacolo, lo si commentava, la intervistavano e lei nella pausa tra un atto e l’altro aveva invitato il pubblico a rimanere in sala a commentare, appunto. Essendo molto sperimentale c’erano molte persone che non approvavano. In tanti anni le provocazioni forse arrivano, non semplicemente shockano ma suscitano un’elaborazione da parte del pubblico.

“Io penso che poi, alla fine, quello che mi interessa è l’incontro. L’incontro è fondamentale; uno cambia, sperimenta, che è una parola che non amo molto, comunque sì, sicuramente innova dei linguaggi. Mi hanno detto: “finalmente un Edipo non gridato” quindi sperimenti ma per ritrovare poi, alla fine, in fondo, Sofocle, non è che sperimenti per sperimentare. Io sono un po’ lontano dal teatro quando diventa solo per gli amanti del teatro, da una certa recitazione, devo dire la verità, la trovo troppo vecchia, io sono molto popolare. Probabilmente c’è stata anche un’avanguardia che si è chiusa un po’ in un innamoramento di se stessa. Noi abbiamo bisogno di rinnovare ma per ritrovare la gente. Io ho lavorato molto e ho lavorato con i più grandi maestri della danza, della voce, sono stato allievo per tanti anni, ho seguito Pina Bausch, sono stato molto in Oriente, lo studio della voce nella tradizioni del teatro Nō e del teatro Kabuki. L’uso della voce non è mai psicologica ma sempre musicale perché la musica è fondamentale, appartiene al nostro tempo, noi siamo tutta musica, dal nostro i-phone, il cinema, la vita, nella natura c’è sempre la musica. La musica è la cosa più straordinaria che c’è, e la musica che ha Bobò nella sua voce”.

Questo film, Sangue, che è stato presentato a Locarno: più che il tema della morte, che da quello che ho capito era centrale, la gente è rimasta colpita dal brigatista che si è prestato a lavorare con lei, c’è stata anche un’interrogazione parlamentare su questo film.

“Bisogna dire come è stata la cosa: la verità di questo film è che ha mosso qualcosa che c’entra con questo Paese, dove una certa stampa, non tutta, tanti anche senza vederlo hanno iniziato ad accusare perché Giovanni Senzani non può perché è un assassino e c’è stata una strumentalizzazione in senso contrario”.

Cioè?

“Nel senso che non era stato usato per parlare “per” ma per parlare “contro”, perché non sono stati chiamati i familiari delle vittime: ma cosa c’entra? È un film che parla dell’amore e della morte!”.



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