NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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L’Olimpico fa paura e contamina anche Pippo Del Bono

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Spettacoli Classici al Teatro Olimpico

Praticamente, c’è sua mamma…

“Mia mamma parla sempre dell’amore, della compassione, di Sant’Agostino, del bisogno degli altri, della Madonna, lei è una donna di una fede che fa un percorso quasi di santificazione, questo l’ho ha detto Fantuzzi, un gesuita che ha presentato il mio film a Roma. C’erano tantissime persone, persone normali ma anche tantissimi intellettuali, c’era Bellocchio, c’erano grandi artisti, l’ho presentato a Milano in una serata moto bella, anche a Magenta e il pubblico è assolutamente il contrario, dicono tutti: “ma che cosa hanno scritto?” e si sta creando anche un movimento di persone, di intellettuali che vogliono invece che questo film si veda perché ha tirato fuori un problema: di certe cose non ne vogliamo nemmeno parlare; c’è gente che ha detto che è il solito film sulle Brigate Rosse, ma scherziamo? È un uomo che ha perso una compagna e ti racconta di quel momento lì. Tutti siamo contro le BR, io sono buddista da 25 anni, ma in quel momento, io che sono uno CONTRO, vedo il pomo di Adamo che si muove, vedo un occhio che ha paura, vedo un pentimento, ma non verso Dio o verso lo Stato ma verso la vita, vedo un uomo che trema, le sue mani che si accartocciano, e questo è il cinema”.

Ha mescolato “Hallelujah” di Jeff Buckley, canzoni dei Rolling Stones, e canzoni antiche. Ha raccontato l’Edipo re con una messa in scena che parla di dolore di morte: come mail il rock insieme alla musica antica?

“È l’eterno tema dell’uomo. A me piace che le cose in qualche modo scorrano anche nel tempo: mi ricordo quella famosa canzone di Jim Morrison, The End, in cui lui dice “Mother I want to fuck you!”: in quella famosa storia c’è l’essere umano, il rapporto con la madre e ad un certo punto si attraversano i tempi, c’è una drammaturgia musicale”.

Spettacoli Classici al Teatro Olimpico (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Perché il dolore viene associato alla morte e sono visti sempre come inevitabilmente indivisibili?

“Nella nostra cultura sì, invece quello che Edipo fa, a un certo punto, è in qualche modo anche un percorso di quiete quando parla alle figlie e dice che in fondo la morte è un momento della vita. Nella nostra cultura c’è la paura della morte, credo anche per il fatto di una religione mal concepita, paura di perdere un possedere che dopo un po’ dici che la morte appartiene al corso naturale delle cose”.

C’è “Amara terra mia” che è stata cantata anche da Modugno ed è diventata una specie di lamento sommesso: dopo questa canzone Edipo si rivolge agli abitanti di Tebe. La partenza è segno profondo di un cambiamento, lei invece rimarca ancora sulla presenza della morte: il cambiamento, generalmente, è visto come un passaggio da una parte ad un’altra, la morte invece come una fine. Mi sembra che lei accompagni lo spettatore in questa sua indagine senza che si percepisca il senso di “strappo”.

“Sì, mi piace quello che dici: è un cambiamento di stato che noi non conosciamo, la nostra mente non è in grado di cogliere. In quella parola c’è una chiave fondamentale: guardare alla morte per guardare alla vita, quella paura della morte è il grande ostacolo poi a vivere. Quello che stiamo vivendo in questo momento è la sensazione che la gente si è dimenticata che comunque moriranno: sono tutti accaniti, la politica, il potere, la mia poltrona, ma per quanto tempo? C’è una follia collettiva, un dimenticare che comunque siamo tutti in una “impermanenza”, viviamo tutti un attimo, 2000 anni fa rispetto alla creazione dell’universo è niente”.

Domanda di rito: Il ruolo dell’Olimpico?

“Eh beh è un luogo che ti fa paura, l’Olimpico è strano, da una parte ti dà la sensazione di qualcosa un po’ di pesante però poi devo dire che standoci dentro e soprattutto lavorando con le persone che sono qui, dal portinaio al fonico a quelli che stanno negli uffici sono persone che hanno passione e io non sono uno di quelli complimentosi. In questo sangue, in fondo, la tradizione ce la portiamo dentro. Quando ti trovi in questi luoghi che portano un forte senso della tradizione, nel senso bello, anche la gente che ci lavora ha dell’arte, questo è bello vuol dire che qualcosa ha contaminato, che non è facile eh, ci sono dei teatri bellissimi in Italia che vedi della gente che non vede l’ora di timbrare il cartellino. Questa sensazione l’ho avuta anche l’altra volta: il luogo è talmente forte che contamina tutti, anche chi sta alla porta o chi sta al bar e questo mi colpisce, non posso fare a meno di dirlo”.



nr. 38 anno XVIII del 2 novembre 2013

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