NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Il grillo parlante di Italo Francesco Baldo; Leggi ad personam e leggi contra personam di Franco Dori

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Il grillo parlante di Italo Francesco Baldo; Leggi

V parte

 

Il grillo parlante

 

L’uomo è libero

 

Ahi, bella libertà, come tu m’ài,

partendoti da me, mostrato quale

era ’l mio stato, quando il primo strale

fece la piagha ond’io non guerrò mai!

 

5 Gli occhi invaghiro allor sì de’ lor guai,

che ’l fren de la ragione ivi non vale,

perch’ànno a schifo ogni opera mortale.

Lasso, così da prima gli avezzai!

 

Né mi lece ascoltar chi non ragiona

de la mia morte; et solo del suo nome

vo empiendo l’aere, che sì dolce sona.

 

Amor in altra parte non mi sprona,

né i pie’ sanno altra via, né le man come

lodar si possa in carte altra persona.

(F.Petrarca)

 

Introduzione

La libertà è il maggior dono di Dio e più d’ogni altro fa riflettere sia i credenti sia gli increduli, gli indifferenti e perfino gli atei che dietro questa parola trovano solo l’uomo, ma spesso solo se stessi, come diceva Margherita Yourcenar in Diagnosi dell’Europa nel 1929. Un grande dibattito, quello intorno alla libertà, che continua nei secoli, da quando con il Cristianesimo si è superata la visione delle vicende umane rette dalle Parche, in greco Moire, che decidevano a priori la vita dell’uomo. Con il messaggio cristiano, ricorda san Paolo”. Voi, infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà.” (Galati 5 13). Vi furono nel corso dei secoli varie riflessioni e soprattutto il dibattito sulla predestinazione dell’uomo, sul quale ritorneremo in seguito. Ma la prospettiva è quella della libertà, certo entro il disegno di Dio il quale può provvidenzialmente entrare nella storia umana e d’ogni singolo, come ben ha descritto A. Manzoni nella conversione dell’Innominato nel suo romanzo I promessi sposi, ma questo intervento non prevarica la coscienza umana, le fornisce le indicazioni per una strada diversa da percorrere nella vita. Sta poi all’uomo decidere di seguirla oppure no. In ciò consiste il libero arbitrio. Di contro il servo arbitrio, tanto caro a Lutero e a molti riformatori, tra cui Calvino, vede l’uomo senza autentica libertà. Infatti, l’uomo non è libero di decidere il suo destino finale, la sua è solo una libertà apparente, giacché Dio ha già stabilito fin dalle origini il destino di ciascun uomo.

Ben diversa è la prospettiva dell’umanesimo, questa grandissima prospettiva culturale, religiosa, artistica si sviluppa nella cultura della penisola italiana e informa di sé tutta l’Europa, tanto che la cultura italiana viene ancora oggi a livello mondiale riferita quasi esclusivamente a quel periodo e soprattutto per la grandezza artistica dei suoi esponenti. Si sbaglierebbe però a ritenere che solo l’arte sia l’espressione dell’Umanesimo, in realtà questo variegato periodo culturale ha informato di sé tutto il mondo degli uomini e in tutte le sue prospettive. Non a caso proprio la prospettiva segna l’Umanesimo, perché essa, già conosciuta ai tempi di san Tommaso d’Aquino che la cita nella Summa theologiae, indica che l’uomo va considerato nella sua globalità, sapendo sempre da quale “fuoco” lo si consideri. Infatti, l’essere umano è inteso come un microcosmo nel quale si rispecchia il macrocosmo, facendo di lui l’essere più importante dell’universo, perché la sua natura non è ristretta entro i soli confini della natura

 

Studia humanitatis e studia divinitatis

40_02PETRARCA (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

 

 

Francesco Petrarca

 

Spesso si è posto l’accento come l’Umanesimo sia l’affermazione della sola centralità dell’uomo, una sorta di “rivincita” contro la concezione medievale che schiacciava l’uomo, lo appiattiva di fronte a Dio. Ma è da tener presente che proprio l’umanesimo appartiene fin dal suo inizio al Medioevo, dato che Francesco Petrarca (1304–1374) è considerato il suo iniziatore. Afferma di lui Erasmo da Rotterdam nel Ciceronianus: ”Il principe dell’eloquenza tornata a fiorire in Italia sembra esser stato il Petrarca, celebre e grande ai suoi tempi”. Proprio l’interesse e l’amore per i classici antichi qualificano il poeta di Laura in una temperie culturale veneta che con Albertino Mussato (1261-1329), erede del grammatico veneziano Giovanni da Venezia e del padovano Lupatus de Lupatis (1240 circa – 1309), aveva sottolineato come il suo “essere poeta” proveniva dalle “antiche forme” che pertanto andavano studiate in sé. Una temperie culturale che avvolgeva anche Vicenza con Benvenuto Campesani (1250-1323) e Ferretto Ferreti suo discepolo e Matteo di Olderico Pigafetta (1275c.-1340). Quest’ultimo, che era notaio come gli altri menzionati, fu oratore fecondissimo con l’altro notaio Pulisce da Costozza (1295c.-1370) e sovra tutti Antonio Loschi (1368 c.- 1441), autore della prima tragedia dopo l’epoca romana, l’Achilles che con la Ecerinis di Albertino Mussato e la Progne di Gregorio Correr, segna in modo chiaro la ripresa del mondo antico. Oggi composizioni dimenticate, dato che è più di moda guardare al Mar Suebicum che non negli scaffali della psiché iatreion. Né va dimenticato quel maestro che proprio a Padova nella Cappella degli Scrovegni diede alla pittura il nuovo orizzonte: ” Credette Cimabue - dice Dante nel Purgatorio- ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido”

L’umanesimo dopo i suoi inizi “veneti” ebbe vasta diffusione in tutta Italia, in ogni luogo possiamo dire, e si diffuse in tutta Europa con Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro, J. Luis Vives, Filippo Melantone e tanti altri che diedero vita all’umanesimo europeo, non certo amato dal protestantesimo luterano e la riforma in genere.

L’umanesimo non è restringibile, come avviene sovente, solo nel campo dell’arte e della filologia, lo attesta il suo centro più famoso, Firenze, dove l’arte ancor oggi testimonia più che altrove questo stupendo periodo nel quale gli studia humanitatis, ossia il rinnovato amore per gli antichi che vanno letti e precisati nella loro prospettiva e gli studia divinitatis si coniugano mirabilmente. Basti pensare a Leon Battista Alberti, a Brunelleschi, al Beato Angelico, a Donatello di cui dobbiamo ben ricordare le opere padovane nella Basilica del Santo, a Masaccio, a Piero della Francesca, ad Antonello da Messina, ai vicentino Valerio Belli, Bartolomeo Montagna, Giovanni Buonconsiglio, Marcello Fogolino e ancora a Niccolò da Lonigo e a Gian Giorgio Trissino e tanti altri che si formarono alla visione umanista, ecc. Ma non daremo giusta luce all’umanesimo se lo restringessimo nell’ambito delle arti, perché esso coinvolse tutte le realtà dell’uomo e ciascuna è stata studiata tenendo sempre presente la relazione con il mondo antico. Tra i tanti umanisti ricordare Leon Battista Alberti consente di avere un quadro completo della figura di un umanista, che fece della prospettiva estetica un caposaldo della sua attività di pensatore e di architetto e fu consapevole di quale debba essere il fine delle attività umane se capaci di libertà.

 

 40_03ALBERTI (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

 

 

Masaccio: Leon Battista Alberti

 

 

“Ah! quanto è felice

chi in dolce libertà sua vita regge.” (L. B. Alberti, Mirzia)

 

Gli interessi del genovese spaziano in tantissimi settori: letteratura pittura, architettura, (sarò un riferimento per Andrea Palladio), pittura, matematica, celebri i suoi Ludi matematici, arte dell’educazione, ma sono pure considerati e tratti temi di morale, di politica, di diritto, tutti svolti con grande attenzione e capacità e talora anche con una buona vena di “diletto” come attestano gli argomenti trattati nelle Intercoenales (tr. rec. A cura di I. Garghella, Napoli, Edizioni scientifiche italiane,1998). Una visione, quella dell’Alberti, a tutto tondo, perché l’uomo, a differenza degli altri esseri viventi, non è costretto da una natura determinata, egli è un essere libero e la sua libertà è consapevolezza di ciò. Nei Libri della famiglia, dove è ben chiaro che solo le buone assuetudini e i lodati studi rendono le famiglie degne, l’uomo è considerato un ente capace di eccellere, ma anche di azioni negative, malvagie. Questa possibilità indica che l’uomo è libero; infatti: "Fece la natura, cioè Iddio, l’uomo composto parte celeste e divino, parte sopra ogni mortale cosa formosissimo e nobilissimo […] sia adunque persuaso che l’uomo nacque, non per atristirsi in ozio, ma per adoperarsi in cose magnifice e ample, colle quali e’ possa piacere e onorare Iddio in prima, e per avere in se stessi come uso di perfetta virtù, così frutto di felicità" (I libri della famiglia, IV, 2). La consapevolezza della propria libertà che è nella sua dimensione positiva, capace di autentica coscienza, riconoscimento del Creatore non viene meno in nessuna delle opre compiute dall’uomo nel De jure con chiarezza sostiene:” Iurisconsulti officium est integra fide et summa religione controversiam dirimere” (il compito del giureconsulto è di dirimere la controversia con fede integra e con massima attenzione alla religione) e ciò richiama a Sapienza 1,1-7:” Amate la giustizia, voi giudici della terra,pensate al Signore con bontà d’animo…”. Una prospettiva che oggi sembra almeno poco praticata! E certo la prima regola albertiana non è seguita quella che afferma che si debbano preferire sempre le cose buone ai mali.

 La coscienza della propria libertà, che è sempre capacità di deliberazione e non è come la fortuna un termine medio, che necessita di ulteriori specificazioni, in altre parole è necessario qualificarla come “buona” o come “cattiva, deve reggere l’uomo perché così egli può essere in sintonia con tutto il macrocosmo, in un ordine autentico, dove il minimo e il massimo coincidano, ovvero abbiano la stessa prospettiva e la vera è quella del bene.

Le analisi che gli umanisti compirono di ogni aspetto umano, compresa la medicina e il tema del piacere, necessiterebbero di molto spazio solo per elencarle e pensare che anche nelle scuole italiane lo si risolve solo nell’ambito della storia dell’arte e con qualche cenno agli aspetti letterari, ricordando quel Lorenzo Valla che individuò il falso della vicenda della donazione costantiniana basandosi sulla differenza di lingua latina tra il 300 d.C. e quella in cui è scritta ossia il latino del IX secolo d.C. Il testo di Valla de falso credita a ac ementita Costantini donatione, non ha solo valore per la questione della lingua, ma anche perché ricorda come l’imperatore non potesse disporre liberamente del territorio della respublica romana, ma questa è un'altra storia.

L’umanesimo si concentrò particolarmente sulla realtà dell’uomo e del suo rapporto con Dio, certo, come Petrarca letto anche alla luce del Timeo e del Fedone di Platone, ma svolto anche in modo originale, tanto che sarebbe ben difficile scindere questo legame. Questo è svolto alla luce di nuovi orizzonti che abbandonano sia la Scolastica e il suo richiama a San Tommaso d’Aquino sia quella dei calculatores ossia dei logici o dialettici della scuola inglese, come G. Ockam, qualificati dal Niccolò Piccoli(1365-1437) come sofisti (cfr. L. Bruni (1370-1444), Dialogi S. Petrum Paulum Histrum, ed rec. a cura di S.U. Baldassarri, Firenze. L. S. Olschki, 1994). Gli umanisti intendevano prendere una via nuova e Platone fu il primo grande riferimento, ma insieme al grande filosofo greco anche una rinnovata riflessione sulla libertà, considerando anche quanto gli antichi avevano sostenuto ed in particolare l'incidenza della fortuna/fato sulle vicende umane. Fu il Petrarca con il suo De rimediis utriusque fortunae ad indicare la necessità di una riflessione sui beni e mali che accadono nella vita d’ogni persona. È questo un trattato morale di 100 capitoli dove nei vari temi trattati la Ragione interviene ad equilibrare con i suoi argomenti gli eccessi ottimistici o pessimistici ai quali l'anima è spinta dalle quattro passioni Gioia, Speranza, Dolore e Timore, che già gli stoici avevano individuato. Lo scopo è quello stesso dell’altra opera del Petrarca, De secrteto conflictu curarum merarum ossia il ricercare se stesso quando anche nel silenzio della notte il dialogo interiore si fa più stretto e il tormento che logora la coscienza/anima per i vizi chiede di intraprendere la via del bene, che è conosciuto, ma spesso manca la forza, la volontà e addirittura il coraggio per intraprenderla. L’uomo è di fronte sempre ad un bivio, consoce, ma distoglie il proprio volere da quello che sa essere il bene. È il tema della libertà che sarà sviluppato da molti, tra cui Coluccio Salutati (1331 –1406) il fiero difensore della libertà della Repubblica fiorentina, considerato il primo grande umanista, che sempre ripropone il valore della libertà come “dono divino” e nella sua opera De fato, fortuna et casu (ed.rec. a cura di C.Bianca, Firenze, L. S. Olschki, 1985) muove dall’affermazione che l’uomo debba sempre impegnarsi nella vita, realizzando se stesso e non temendo la morte, perché nella vita attiva l’uomo ha una strada per giungere a Dio. A questa meta l’uomo giunge in virtù della grazia, dono di Dio. Essa non verrà meno purché “nelle nostre azioni abbiano la cura di regolare la volontà secondo la norma della retta ragione.” (L. II). L’uomo ha il ruolo di conformarsi al natural lume, a quella legge naturale che la ragione gli indica e che, se seguito, lo rende conforme a ciò che Dio chiede e la Sua grazia non potrà venir meno. In questa dinamica gli uomini sono tutti coinvolti al bene comune. Non è sufficiente una santa rusticitas, il viver solitario sembra giovare a se stessi, ma è nella vita attiva con i molti, la società, che si edifica la via del cielo. Certo avere consapevolezza di sé, riflettere in se stessi sul bene da farsi è importante, ma questo va anche attuato.

Buon esempio a ciò sono quegli studia humanitatis che portano l’uomo verso la perfezione, che è il risultato dell’uomo che segue la sua piena coscienza al bene con il suo natural lume e, nell’orizzonte degli studia divinitatis. Èil bene che deve informare e dirigere lo stesso diritto, così si ribadisce quell’intimo legame tra morale e diritto, attraverso la realizzazione politica che è la prospettiva dell’umanesimo. Esso intende la città degli uomini in modo ideale, dove la compenetrazione delle migliori qualità dell’uomo sanno congiungersi con la salvezza che Gesù Cristo ha donato all’uomo che ha redento. Un intrecciarsi di temi e riflessioni che giungono dall’antichità, ma che sono sempre vivificati alla luce del cristianesimo, tanto che possiamo affermare che la classicità fornisce quell’humus in cui il cristianesimo affonda le proprie radici e trae elementi per chiarificare i suoi contenuti. Sarebbe errato considerare solo l’aspetto degli studia humanitatis, perché sempre presente è negli umanisti la prospettiva divina. Ben esprime ciò in un Sermone san Bernardino da Siena: ” L’uomo è mente incarnata, anima travagliata, involucro di breve durata, fantasma del tempo; scruta la strada, si ritrae dalla luce, consuma la vita, si muove senza posa; è un viandante che passa, ospite in ogni luogo, schiavo della morte” (E. Garin, Storia della filosofia italiana, Torino, Einaudi, vol. I,p.299) e prosegue Garin: ”Qui è tutta l’umanità; nella sua ancipite natura, orizzonte fra il cielo e l’inferno, fra il tutto e il nulla, fra Dio e la ribellione a Dio; nell’essere un atto di libertà, di scelta, o rinuncia della propria libertà medesima.”

Il centro della riflessione è sempre l’uomo, la sua coscienza e la libertà che lo qualifica diverso dagli animali che nascono adatti al genere di vita cui sono destinati. L’uomo è di più può “cacciare” come dice Niccolò Cusano (1401-1464), il grande pensatore dell’umanesimo, il vero, il bene e ciò gli è possibile perché è libero e proprio perché libero può ricevere o rifiutare il dono della fede, ma la libertà è capacità di discernere il bene dal male e quindi ne consegue che il vero esercizio della libertà consiste nell’accettare il dono della fede. Ciò coinvolge l’uomo nella responsabilità di seguire la via dell’amore di Dio (cfr. La visione di Dio, a cura di G., Santinello, Milano, Mondadori, 1980, p.74) che è sempre infinito e per quanto l’uomo possa tentare di conoscerlo e viverlo non potrà mai raggiungerlo pienamente. È la nozione di docta ignorantia, la grande prospettiva del cardinale, vescovo di Bressanone. L’uomo conscio della sua intelligenza e della sua libertà tende sempre a cercare l’intellegibile, ma per quanto consocerà, la sua conoscenza sarà sempre limitata:” Per la fede siamo rapiti in semplicità alla contemplazione di Dio, incomprensibilmente al di sopra d’ogni ragione e d’ogni intelligenza… questa è la dotta ignoranza.” (La dotta ignoranza, a cura di G.Federici Vescovini, Milano, Fabbri ed., 1996, p. 189.)

 Questa direzione sul tema della libertà e del valore della coscienza avrà nella riflessione di Marsilio Ficino (1433-1499) e Pico della Mirandola (1463-1494) il suo apice.

 

La libertà: la vera dignità dell’uomo

Nell’ambiente culturale fiorentino e nella figura di grandi mecenati come Cosimo de’Medici e poi Lorenzo il Magnifico l’umanesimo trova le sue massime espressioni, quelle che ancor oggi ci rendono pieni di meraviglia per quell’epoca che ha dato al mondo moltissimi capolavori d’arte e una direzione della riflessione sull’uomo che ha indicato una via nuova, memore dell’antica. Con il termine “umanesimo” sogliamo ancora oggi qualificare quelle prospettive di pensiero, di azione che pongono al centro l’uomo, la sua identità personale e la sua libertà. Spesso lo si contrappone al Medioevo che avrebbe invece schiacciato l’uomo davanti a Dio. Forse questo giudizio sarebbe almeno un po’ da rivedere, visto che nel medioevo entra cronologicamente pure l’Umanesimo, per non parlare di Dante solo per ricordare un medioevale tanto importante nel mondo e con il quale inizia proprio la rivalutazione del medioevo ad opera di F.A. Ozanam (18913-1853). Il fondatore della San Vincenzo per l’aiuto ai poveri, fu anche docente alla Sorbona e compose, tra le diverse opere, Dante e la filosofia cattolica nel tredicesimo secolo (ed. rec. a cura di S. Scioli, Sala Bolognese (BO), Forni, 2010) nel 1839 che pone le basi per una considerazione più attenta del pensiero filosofico nel medioevo che una storiografia illuministica aveva tentato di relegare nel chiuso dei monasteri di clausura, considerandoli negativi per la ragione, cfr. A.S. Tribbechow, De doctoribus scholasticis et corrupta per eos divinarum humanarumque rerum scientia liber singularis…, Ienæ, I. F. Bielckium.

La visione negativa del medioevo che ancor oggi è diffusa si deve ad un testo pubblicato nel 1861 da J. Burckhardt evangelico tedesco di Basilea, La civiltà del Rinascimento in Italia (Introduzione di R. Moscati Roma, New Compton ed., 1987) che attribuisce alla Chiesa cattolica la decadenza non solo culturale degli Stati italiani del Cinquecento, perché contrastò quella visione umanistica perché non era funzionale alla sua visione di potere. Non è questo il contesto per rilevare come la visione dello studioso tedesco risenta di una particolare impostazione che fin dalla formazione, evangelica, è contraria alla Chiesa cattolica, al contesto di negazione del potere temporale dei papi durante il Risorgimento Italiano. Ciò che resta dello studioso, non è certo la sua visione di un male radicale nell’uomo che è ineliminabile, ma la considerazione che comunque ebbe dell’umanesimo e del rinascimento italiani che non sono comprensibili se non mettiamo in luce che la tematica della libertà, che è il tema centrale del cristianesimo e nel quale si consumerà proprio la grande divisione tra riformati e cattolici.

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Marsilio Ficino

 

Tra i tanti umanisti, Marsilio Ficino (1433-1499), fondatore dell’accademia platonica a Firenze per volere anche di Lorenzo il Magnifico merita particolare attenzione sul tema che stiamo delineando. Sulla scia del pensiero di Platone e di Plotino, il filosofo umanista ritiene che la religione possa basarsi sulla loro visione razionale, intesa come propedeutica alla fede cristiana.

L'anima genera la vita e il senso della vita anche dal fango non vivente è la realtà che unisce il mondo, essa è copula mundi, è l'anima razionale che tutto connette in unità. Ciò è reso possibile dall’amore che Dio ha impresso nel mondo disperdendolo, ma proprio per questa dispersione vi è la necessità di una riunificazione del tutto nell’unità. È la visione platonica dell’eros, congiunta con la prospettiva del “ritorno all’uno”, elaborato da Plotino, il filosofo d’Alessandria tanto studiato dal vicentino Giuseppe Faggin (1906-1995). L’amore di cui parla Marsilio Ficino (cfr. Sopra l’amore, a cura di G. Rensi,, Milano Se, 1998) è l’eros platonico che non è l’amore cristiano,che è agape, come ha ben ricordato nel 2005 Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas est, ma egualmente quando è rettamente inteso può fornire quella particolare dinamica alla divinità che alla quale la ragione aspira. In questo non una semplice filosofia, ma una pia philosophia, perché già nella sapienza degli antichi vi è la prospettiva dell’attuazione della autentica sapienza con il Cristianesimo. Comprendere questo ossia che vi è una prisca teologia che si attua nella realtà cristiana, significa comprendere che vi è una perenne verità che il cristianesimo manifesta interamente, ma che richiede l’adesione dell’uomo con la propria ragione e la propria libertà.

L’uomo che è il centro del mondo, che unisce, copula, il divino e il terreno, ha la libertà della propria coscienza di aspirare al divino o vivere nel basso delle cose terrene. Con l’amore è possibile mirare al cielo: ” Conoscere Dio in questa vita, veramente è impossibile, ma veramente amarlo, in qualunque modo conosciuto sia, questo è possibile e facile. Quelli che conoscono Dio, non gli piacciono però per questo, se poi non lo amano. Quelli che lo conoscono e amano, sono amati da Dio, non perché lo conoscono, ma perché lo amano.” (Sopra, l’amore, op.cit. pp. 64-65). La bellezza di Dio partorisce l’amore e l’uomo, nato dall’amore, non può che ricongiungersi ad esso, pur potendo allontanarsi proprio da ciò che è bene. Non a caso Niccolò Cusano affermava che il bene e il bello sono in definitiva lo stesso (cfr. De Pulchritudine, Vicenza, Editrice Veneta, 2012).

 

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  Pico della Mirandola

 

L’uomo è l’arbitro, il libero nell’universo e sarà Pico della Mirandola nell’orazione De dignitate hominis (a cura di G. Tognon, Prefazione di E. Garin, Brescia, la scuola, 1987) a darci ancor oggi la più alta descrizione di come l’uomo ebbe la libertà e quale la sua natura. In una visione umanistica che cercava, sulla scia anche di Marsilio Ficino, un’unità universale, Pico tentò addirittura di condensare tutte le proposizioni filosofiche in una sorta di compendio che potesse servire a tutti gli uomini di ricondursi a riconoscersi come appunto come unità. Una prospettiva sincretica (unione di eterogenei, ossia di diversi che di per sé sarebbero o apparirebbero inconciliabili), che non fu accettata, ma si ripresenta anche oggi in varie in alcuni raggruppamenti come, ad esempio, nel Caodaismo, fondato nel 1925 in Vietnam che considera Dio come colui che si manifesta in tutte le religioni quali l'ebraismo, l'induismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, il buddhismo, il cristianesimo, l'islamismo.

In Pico della Mirandola l’affermazione della centralità dell’uomo, è ben affermata proprio in relazione alla sua stessa creazione, dopo Dio aveva “ foggiato secondo le leggi dell’arcana sapienza questa dimora del mondo quale ci appare, tempio augustissimo della divinità” (De dignitate hominis, op. cit. p.5). Cos’ Dio: ” Stabilì finalmente l'Ottimo Artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l'uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: -non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto -e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu non costretto da nessuna barriera, la determinerai secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo, perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo.

Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti. Tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. O suprema liberalità di Dio padre, o suprema e mirabile felicità dell’uomo a cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole. I bruti nel nascere seco recano - come dice Lucilio (Satire, 623) dall’utero materno tutto quello che avranno. […] Nell'uomo nascente il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. Quelli che ciascuno avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. Se saranno vegetali sarà pianta; se sensibili sarà bruto, se razionali, diventerà animale celeste; se frutto dell’intelligenza, sarà angelo e figlio di Dio. Ma se, non contento della sorte di nessuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno solo con Dio, nella solitaria caligine del padre colui che fu posto sopra tutte le cose starà sopra tutte le cose (cfr. Genesi 5 21-24)” (De dignitate hominis, op. cit. pp.5 e 7).

 Questa la vera dignità dell’uomo, la sua libertà che regola i suoi pensieri e le sue azioni e per libero voto egli può essere pienamente umano e orientato al divino, oppure degenerare. L’uomo è fatto per il bene e la sua volontà con la capacità dell’intelligenza deve dirigersi e rigenerarsi al divino, ma… può per propria incapacità razionale seguire il male.

 Tornano le grandi parole di Dante nel canto XI del Paradiso, proprio lui che la libertà considerava il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo, in questo in perfetta sintonia con tutto l’umanesimo: ”

 

“O insensata cura de' mortali,

 quanto son difettivi sillogismi

 quei che ti fanno in basso batter l'ali!

 

Chi dietro a iura, e chi ad aforismi

 sen giva, e chi seguendo sacerdozio,

 e chi regnar per forza o per sofismi,

 

 e chi rubare, e chi civil negozio,

 chi nel diletto de la carne involto

 s'affaticava e chi si dava a l'ozio”

 

Così nella visione unitaria poeti e pensatori nel medioevo (476-1492), pur nella diversità delle impostazioni e dei modi d’analisi, si sono sempre ritrovati nel considerare l’autentica dignità dell’uomo, consapevoli che il problema della libertà è uno dei maggiori, se non il maggiore che ha l’uomo per affermare il proprio valore. Se manca la libertà, l’uomo non è più tale, ci appare come un essere predestinato, e quindi non pienamente umano. Infatti, coloro che negano l’autentica libertà dell’uomo lo sottopongono al solo fato che lo predetermina o lo condizionano alla sola natura sensibile, dalla volontà che non diretta dall’intelligenza lo nega nella sua stessa coscienza, che è il centro della sua libertà, Negare questa sua dignità o lasciarlo alla mercé della predestinazione sarà il grande dibattito che spezzerà l’unità religiosa dell’Europa e farà prendere direzioni in cui la libertà perderà in alcune prospettive il suo valore assoluto, per ricondursi ad un’arbitrarietà frutto più del solo contingente. Dall’altra l’affermazione della libertà come assoluta dignità dell’uomo porterà a quella considerazione in cui egli, l’uomo, deve assumersi la responsabilità di ciò che compie. È quel dibattito che ancora oggi si ripropone tra libertà di coscienza e libertà della coscienza

 

Italo Francesco Baldo

 

nr. 40 anno XVIII del 16 novembre 2013

 



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