NR. 19 anno XXVII DEL 31 DICEMBRE 2022
la domenica di vicenza
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Dalla tv al teatro, sperimentando

All’Astra in scena la pièce “Discorso Giallo” nata dall’analisi dei linguaggi di 3 programmi storici: “Non è mai troppo tardi”, “Piccoli fans” e “Amici”

di Elena De Dominicis

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Dalla tv al teatro, sperimentando

Dalla tv al teatro, sperimentando (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Questa settimana al teatro Astra di Vicenza è andato in scena lo spettacolo “Discorso giallo” ad opera della compagnia Fanny & Alexander. Ideata da Luigi De Angelis e Chiara Lagani che l’ha scritta e interpretata, la pièce è priva di drammaturgia convenzionale e rientra in un progetto più ampio, ancora in corso, che prevede la creazione di altri spettacoli centrati su varie tematiche associate a vari colori: il giallo è per l’argomento pedagogico che viene esplorato attraverso il rapporto tra prodotto televisivo e telespettatore. In questo caso vengono presi in esame tre programmi televisivi che hanno caratterizzato tre epoche storiche: il programma “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi, “Piccoli fans” con Sandra Milo, “Amici” di Maria De Filippi che vengono uniti tra loro tramite gesti e parole reiterati ossessivamente. Caratterizzato da una profonda vocazione alla sperimentazione, lo spettacolo non è di immediata fruizione, anzi: il successivo incontro col pubblico è stato essenziale per capire il percorso di indagine e studio articolatissimo nell’ambito dei linguaggi televisivi e radiofonici ( i Fanny & Alexander hanno realizzato anche dei radiodrammi). Altrettanta importanza viene data alla fruizione, al consumo del prodotto televisivo da parte del pubblico, condizionato anche dal metodo e dallo stile di scrittura dello stesso programma televisivo. Abbiamo incontrato Chiara Lagani per parlare dello spettacolo e per cercare di capire come i linguaggi dei media stiano cambiando.

Questo “Discorso Giallo” si basa sul rapporto tra noi e la televisione. La prima cosa che mi ha colpito è stato che tu sottolinei questo “io” e “noi”. Al di là del fatto che descrivere la pièce è praticamente impossibile perché sono dei segmenti televisivi che poi si remixano, c’è secondo te una percezione diversa nell’individuo di come la televisione influisce su di noi e noi stessi intesi come individui e come massa? Ci sono un “io” televisivo e un “noi” televisivo?

Dalla tv al teatro, sperimentando (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Chiara Lagani: “Manzi lì la usava proprio in questa stranissima relazione che si istituiva tra lui e un individuo, lì in uno studio, e questo “noi” che rimandava a delle classi sparse in ogni dove in Italia, anche nei paesini remoti, dove al posto di un insegnante c’era la tv con Manzi e un maestro che coadiuvava con la sua presenza e correggeva e rendeva possibile questo rapporto. Qui c’è già uno scatto strano perché quell’ “io-noi” che lui pone insegnando i pronomi è la base del rapporto umano e sociale di qualunque tipo e quindi alla base del sapere e di qualunque educazione. “Io- noi”, il rapporto tra di noi, le regole sociali eccetera, lui lo ripete ossessivamente in quel pezzo: chi è quel “noi”? Chi è quella comunità spappolata, dissolta, sparpagliata in Italia, fisica e non fisica al contempo? Qual è il rapporto tra questa massa di cui parli e un oggetto che è lì quasi magico?”.

Appunto, dicevamo nel dibattito che c’è la mercificazione di tutto ciò che è televisione e di tutto ciò che la comprende, quindi anche chi da casa guarda fa parte del meccanismo. Secondo te, si era coscienti, ai tempi del maestro Manzi, di questo mezzo?

“In parte sì perché l’intuizione di fare questo programma che avrebbe alfabetizzato il Paese vuol dire che la coscienza della potenza del mezzo un po’ ce l’avevi, e anche un po’ prima. Manzi ce l’aveva questa coscienza, sia negli aspetti propulsivi e positivi, che in quelli che erano i suoi aspetti più scuri. Quindi già si poneva secondo me una questione, lui, che era una persona intelligentissima, probabilmente aveva anche la coscienza della contraddittorietà insita nel mezzo”.

I vari brani televisivi vengono uniti sfaldandosi, quello che ho percepito io è che non si fondono tra di loro, ma si uniscono tramite questo sfaldamento. Non c’entrano niente l’uno con l’altro: sono epoche diverse, società diverse, l’impressione generica è comunque di un grande senso di angoscia e di ansia.

“È una specie di zapping surreale: noi facciamo zapping tra un canale e l‘altro, qui è come una strana televisione che attraversa epoche, però proprio la volontà di creare come cerniera drammaturgica, questo iato che è quello dello zapping che non prevede un legame ma è una specie di schizofrenia proprio insita nell’indagine del linguaggio televisivo. Non può creare un ponte narrativo: devi creare questa specie di zac-zac-zac che in qualche modo ti giustappone dei materiali, come dicevi, anche opposti però allo stesso tempo ti restituisce lo spettro di quello che è questo linguaggio e ti mette di fronte, in maniera anche violenta, a quello che è questo linguaggio”.



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